WandaVision episodio 9
PANORAMICA
Cast
Regia
Narrazione
Innovazione

La cosa più evidente e banale che si può dire a proposito di WandaVision, dopo il suo epilogo, è che la serie dei Marvel Studios con protagonista Elizabeth Olsen, arrivata su Disney+ dopo un anno forzatamente segnato dalla pandemia, abbia una Visione che va ben oltre il personaggio interpretato da Paul Bettany. Un punchline analoga (sull’importanza di avercela, una visione) è proposta di sfuggita e senza badarci molto nell’episodio 9. Arriva al culmine di uno scambio di battute tra Tyler Hayward, Direttore della S.W.O.R.D, e l’agente FBI Jimmy Woo, ma in fondo l’hanno detto un po’ tutti. E non certo a torto.

WandaVision, lo sapevamo, non era un serie qualunque, in quanto primo prodotto seriale realizzato dalla Casa delle Idee sotto il mandato di Kevin Feige. Era chiamata a inaugurare la Fase 4, e l’ha fatto nel migliore dei modi. Ha corso perfino il rischio della sopravvalutazione, date tutte le responsabilità che portava con sé e il peso specifico che il pubblico, di appassionati Marvel e non, poteva essere tentato dall’attribuirgli un po’ in automatico. E se l’è cavata, a conti fatti, benissimo.

C’è riuscita, come spesso accaduto con la Marvel post-Feige, ancora una volta settando uno standard. Non certo rivoluzionando la narrazione supereroistica, ma lavorando sulla serialità contemporanea senza dimenticare gli echi più nostalgici di questa forma d’espressione e ricordandosi quanto la forma sia sostanza (sempre, e sul piccolo schermo a maggior ragione). E quanto l’elaborazione degli immaginari già vissuti sia l’unica forma possibile, oggi, di vigilanza e di sopravvivenza (vale per Wanda e per Visione, e un po’ anche per per tutti noi sommersi dall’esubero delle immagini possibili).

Ha chiamato a raduno, in nove episodi, rimandi a The Dick Van Dyke Show, Vita da strega, La famiglia Brady, Malcolm, The Office, Modern Family e altri capisaldi della storia dei serial vestendoli come una seconda pelle. A conferma di come l’attuale obiettivo della Marvel sia portare il cinema dentro le serie e non più viceversa (come sembrava fino all’altro ieri), di giocare tra i formati con una fluidità da battitori liberi e smettendo di fare distinzioni o cesure tra la nicchia e il mainstream, il superhero movie e la sitcom, la verità e la simulazione/dissimulazione, le immagini seriali e quelle in serie della nostra contemporaneità. Westview in tal senso è un archetipo gigantesco e sempre valido, tanto quanto il furore manipolatorio di Scarlet Witch, la sua umanità sospesa e in remoto, la disperazione presente e viva nel rimanere aggrappata all’amore della sua vita (e a ciò che resta di esso).

Gli inside joke e le strizzate d’occhio, in WandaVision, sono più che un semplice corollario citazionista. Forse sono il cuore di tutto, con un potere simile, a livello di incidenza sul subconscio collettivo, a quello della Gemma della Mente: il perimetro dell’engagement di fan, nerd e curiosi, la misura di un valore produttivo altissimo, che rosicchia vezzi altrui senza perderci in purezza e integrità. Quando ci sono il tempismo e la capacità di tastare il polso dei tempi di Kevin Feige e soci, dopotutto, è davvero davvero difficile toppare.

Anche quando, come in questo caso, a coesistere sono più anime. WandaVision Parte con la leggerezza di un gioco di prestigio innocuo, di un invito a cena con equivoco, di un situazionismo vintage perché leggiadro e dolcemente senza peso. Non rinuncia a spiazzare, certo, ma risulta allo stesso tempo sinistramente rassicurante, appagante alla sua personalissima maniera.

Dopo le prime tre puntate, quando qualcosa cambia e ci si ritrova catapultati di peso verso il MCU, non è esattamente come ricevere una secchiata di acqua gelata (anche perché è fin troppo facile rivedersi nei dubbi, nelle piste e nelle additate di Jimmy e Darcy). Di sicuro, complice l’innesto di Monica Rambeau, accade tuttavia qualcosa di molto simile alla rottura di un idillio stregato e straniante, sospeso e un po’ fuori dal mondo.

Eppure il ritorno all’ordine, l’abbandono del mantra E ora qualcosa di completamente diverso, non compromette certo WandaVision, che pure non fa della scrittura (di Jac Schaeffer) il suo massimo punto di forza. La virata di tono degli ultimi due episodi è forse troppo repentina, per non parlare della gestione al ribasso di certi momenti laterali (come l’episodio di Halloween) e lo sviluppo un po’ troppo meccanico e strumentale di villain e rigurgiti del passato come l’Agatha Harkness di Kathryn Hahn e il Pietro Maximoff di Evan Peters: figure tutto sommato di servizio e scomodate solo nell’economia (e nell’ottica) dell’esplosione di Scarlet Witch.

Ciò che più conta, in WandaVision – col proseguo delle puntate si capisce sempre meglio – è infatti la natura (quella sì) compatta delle ferite che l’hanno generata, non certo l’irreprensibilità del processo, magari lento e faticoso, con cui vengono elaborate. Il racconto si basa tutto sulla latenza inesplosa dei traumi di Wanda, sulla necessità di andare a dormire tenendosi stretti i propri incubi, fatti di sangue e di ossa come le cose che più si amano, e sulla necessità di ritrovarli al proprio risveglio (ancora belli e pronti all’uso, per quanto si tenti di depositarli negli altri o di sottoporli a metamorfosi e alterazioni). Forse non un’anomalia, ma di sicuro, nella (e nel) Visione di Wanda, la ricaduta fatale dell’umano dietro il sovrumano: una questione di tristezza e di speranza.

Foto: Marvel Studios

Leggi anche: Abbiamo visto i primi tre episodi di WandaVision. La recensione senza spoiler

© RIPRODUZIONE RISERVATA