Una famiglia spaccata in quattro: un padre ex-alcolista (Nick Nolte), una madre che ne ha viste troppe prima di morire, un figlio reduce di guerra che vuole tornare a combattere sul ring (Tom Hardy), e un altro che tenta di costruirsi un’esistenza borghese come insegnante e marito, ma la violenza se la porta dentro comunque (Joel Edgerton). Un pozzo di legami di sangue, rimorsi e rancori, di cui non si vede il fondo, rimasti tutti in sospeso. E sarà proprio il sangue versato sul ring di un torneo di MMA (Mixed Martial Arts, una specie di boxe a mani nude in cui sono validi anche pugni e calci, talmente violenta che gli incontri raramente durano più di un paio di minuti: vedere su You Tube per credere) a rimettere i tre “sopravissuti” faccia a faccia, e permettere di saldare i conti.

Warrior è un esempio straordinario di cinema americano fuori zona e fuori moda, come se fosse capitato qui e ora quasi per caso. Una specie di figlio furioso e ipervitaminizzato della New Hollywood anni ’70, filtrata attraverso l’inquietudine delle nuove guerre e gli strumenti della comunicazione globalizzata. È, in parole povere, cinema di anime storpie, padri devastati dai sensi di colpa e figli senza futuro. È anche cinema di combattimenti, di ring nel senso più nobile, quello in cui ogni cazzotto è la liberazione di un dolore, la conseguenza e la soluzione di un trauma. Tutto incarnato nei volti e nei corpi di un cast pazzesco: Nick Nolte, padre sfinito e umiliato, ma incapace di far più male a nessuno che non sia se stesso (perché troppo ne ha fatto a chi amava in passato), incarna la debolezza di una generazione fallimentare con una tenerezza che strappa le lacrime; Tom Hardy, per contrasto, è una montagna di muscoli, un concentrato di pura volontà, uno che in guerra come in famiglia non si è mai tirato indietro per quanto fosse dura, ma al prezzo di non sapere più distinguere gli abbracci dalle botte; Joel Edgerton, infine, ha abbandonato tutti i campi di battaglia per salvare se stesso, e ora non può più comunicare né col padre né col fratello. Tra questi tre uomini l’unica traccia comune resta il combattimento corpo a corpo: il padre lo insegna, i figli lo praticano. Uno contro l’altro e tutti contri tutti. Il resto è un dolore condiviso.

Tutto questo viene raccontato tra rallentamenti e accelerazioni, ma comunque con un linguaggio moderno, a tratti addirittura frenetico (tanta camera a mano), che soprattutto nella seconda parte, durante il torneo di MMA, non dovrebbe fallire di catturare l’attenzione neppure di chi al cinema cerca solo l’adrenalina (fin lì si deve avere un po’ di pazienza). Sullo sfondo una Pittsburgh periferica e invernale, in pieno recesso economico, grigia come le rotaie lungo le quali ci si allena correndo alle cinque di mattina, mentre respiri il fumo delle ciminiere industriali. Se un po’ vi torna in mente il primo Rocky, non ci siete nemmeno troppo lontani.

Mi piace
L’alchimia straordinaria tra Nick Nolte e Tom Hardy, autori di un paio di duetti commoventi

Non mi piace
Forse si combatte fin troppo, lasciando molto spazio nella seconda parte al torneo di MMA

Consigliato a chi
A chi ama le storie di legami familiari difficili, e un cinema in cui l’emozione passa per i muscoli

Voto: 4/5

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