UN RITORNO AL CLASSICO PER LOGAN
Logan non è più Wolverine: dopo i tragici (per lui) eventi di “X-Men 3”, il mutante si è ritirato in un auto-esilio sulle montagne e vive la sua esistenza funestato dagli incubi del suo perduto amore Jean Grey, che pure nei sogni gli fa pesare le sue azioni. Ma il passato ancora non ha chiuso i conti con Logan: una sera, egli viene contattato dalla misteriosa Yukio che lo porta con sé in Giappone dove ad aspettarlo c’è un suo vecchio amico in fin di vita; il vecchio vuole ringraziarlo per avergli salvato la vita, a Nagasaki, e promette di ricompensarlo rendendolo…mortale.
Sono queste le premesse del secondo film dedicato interamente al più famoso degli X-Men, che porta sullo schermo le avventure orientali del personaggio, basandosi sulla miniserie a fumetti illustrata da Frank Miller. Rispetto alla prima (poco convincente) pellicola, “Wolverine L’immortale” si presenta come una rarità nel panorama ormai segnato dei cinecomic degli anni 2000. Infatti, come giustamente è stato osservato da Luca Maragno nel suo blog, vi sono due strade che oggi vengono battute per produrre questo genere di film: la commedia d’azione piena di effetti speciali (Marvel) o l’intimismo realistico (DC). Il film in questione non rientra in nessuno dei due mondi, ma anzi ripercorre (coraggiosamente viene da aggiungere) il sentiero del cinecomic “old-style”, fatto di ironia messa nei posti giusti, scene d’azione ben girate ma che non sono il perno della vicenda e un’introspezione del personaggio che non pesa ma anzi impreziosisce l’intera operazione. Un cinecomic “normale”, quindi, che porta con sé alcuni pregi e (inevitabilmente) anche alcuni difetti.
Parlando dei primi si segnalano positivamente l’ambientazione nipponica che regala un inusuale fascino esotico alla storia, complice anche un’ottima fotografia, e una squadra di attori che, pur senza virtuosismi, regala ottime performance: Hugh Jackman è, al solito, un Wolverine perfetto e dimostra di saper trovare sfumature sempre diverse nella caratterizzazione del personaggio. Le modelle/attrici Rila Fukushima e Tao Okamoto, pur essendo molto giovani e alle prime esperienze cinematografiche, se la cavano egregiamente nei rispettivi ruoli di Yukio e Mariko, nipote del vecchio amico di Logan, il signor Ichirō Yashida, ben portato sullo schermo da Hal Yamanouchi. Completano il cast giapponese Brian Tee (un corrotto ministro della difesa), Hiroyuki Sanada nelle vesti del figlio di Yashida e padre di Mariko e il noto Will Yun Lee (il generale Moon nemico di Bond in “La morte può attendere”); la russa Svetlana Khodchenkova, invece, è Viper, donna mutante che darà non poco filo da torcere a Logan: se da un lato l’attrice ci consegna un’interpretazione molto buona, dispiace che il suo personaggio sia scarsamente approfondito e relegato a poche sequenze, ma lo stesso discorso si può applicare anche ad altri come il già citato Will Yun Lee. Altro pregio del film è la regia di James Mangold che si mantiene leggibile per quasi tutto il film (forse si poteva evitare la camera a mano nel primo scontro) e ci regala qualche suggestiva panoramica del paesaggio giapponese. Appropriate risultano le musiche di Marco Beltrami mentre la sceneggiatura regala al film un ritmo più lento rispetto agli standard odierni ma mai pesante, con una prima parte più riflessiva e meno spettacolare.
E veniamo ai difetti del film: oltre al mancato approfondimento di alcuni personaggi, si segnalano anche certi risvolti di trama che risultano alquanto prevedibili, come l’identità del villain principale, che viene svelata alla fine e una poco sfruttata scena d’azione in un villaggio sotto la neve.

Più complicata risulta la questione proposta all’inizio della recensione: il film è un cinecomic “normale”, una voce fuori dal coro nel panorama hollywoodiano contemporaneo…è questo da considerare un pregio o un difetto? Probabilmente è giusto parlare di un’arma a doppio taglio, poiché molti potrebbero disprezzare il film per questa sua anima classica ma altresì, la pellicola potrebbe essere amata da chi cerca una “boccata d’aria fresca” e un ritorno ad uno stile più classico e forse meno epico ma ugualmente affascinante.
Nel complesso, “Wolverine L’immortale” è un buonissimo film che riporta sui giusti binari un genere che, pur nella sua bellezza (chi scrive certamente non nega di vedere volentieri un film di supereroi), pare fagocitato da pellicole gonfie di CGI e battute, come quelle Marvel/Disney, o da film introspettivi, cupi e severi dove invece si avverte il bisogno di una sferzata più leggera, vedi l’ultimo Superman o i Batman di Nolan.
Si attende ora il prossimo “X-Men” che vedrà tornare alla regia Bryan Synger: c’è solo da sperare che questo “Wolverine” non rimanga un caso isolato.

Edoardo Billato

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