Presentato a Cannes, arriva al cinema il primo documentario su Woody Allen autorizzato dal regista stesso.
Woody
(Woody Allen – A Documentary di Robert E. Weide) è una fotografia piuttosto esauriente del grande autore newyorchese. Prende il via in modo molto ironico a partire dalle sue foto da bambino e dal racconto della madre (stralci di una vecchia intervista) sul carattere solare (!) che dimostrò almeno fino ai cinque anni, fino a quando cioè non iniziarono ad affiorare quelle domande fatidiche sul senso della vita che cominciarono ad affliggerlo e che però furono la base di tutta la sua comicità e del suo cinema (come lui stesso ha raccontato emblematicamente in Radio Days).
Per tratteggiare il grande Allen, al secolo Allan Stewart Konisberg, regista di capolavori immortali come Amore e guerra, Io e Annie, Manhattan, Crimini e misfatti, Pallottole su Broadway fino ad arrivare ai più recenti Match Point, Basta che funzioni o Midnight in Paris, si parte dunque dalle foto d’epoca e dagli aneddoti della sorella Letty, per poi mostrare spezzoni in bianco e nero delle sue ospitate come comico negli show televisivi degli anni ’60. Spettacoli in cui Allen sviluppò il suo particolare talento per l’improvvisazione. Ma ci sono anche clip inedite in bianco e nero dei tempi in cui come stand-up comedian riempiva i locali del Village.
Il documentario procede poi mostrando scene memorabili dei suoi film, spesso commentate dagli attori protagonisti: Owen Wilson, Scarlett Johansson, Penélope Cruz, Diane Lane, Diane Keaton, Mariel Hemingway, Josh Brolin, Naomi Watts, Scarlett Johansson contribuiscono – tramite la formula dell’intervista – a dipingere un ritratto via via vivace e colorato del Maestro, focalizzandosi su aneddoti dai set e peculiarità del Metodo Allen, grande specialista del lavoro con gli attori.
Allen accoglie la macchina da presa anche nel suo studio personale, dove ancora oggi crea in tempi record le sceneggiature dei suoi film, battendo sui tasti della sua Olympia leggermente scolorita ma sempre funzionante, e ci svela i segreti molto rudimentali del suo mestiere  –  lui stesso li definisce così – come, ad esempio, sovrapporre materialmente i capitoli corretti delle sue sceneggiature a quelli che non lo convincono dopo averli graffettati (un autentico “taglia e incolla”).
C’e’ spazio, poco a dir la verità, per il lato più umano e privato, e soprattutto per la parte più scandalosa della sua vita: il rapporto quasi incestuoso con la figlia adottiva della sua ex moglie (Mia Farrow) Soon Yi viene giusto accennato attraverso un racconto rapido della demonizzazione che i media avrebbero fatto ai suoi danni.
Ne emerge, dunque, un ritratto celebrativo e con poche sfumature, che si anima ogniqualvolta la macchina del protagonista si concentra sul suo soggetto principe e ne coglie qualche folgorante battuta. Un’opera destinata principalmente ai fan del regista, ma che potrebbe incuriosire anche i neofiti del verbo alleniano.

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Mi piace: la completezza del ritratto, certi siparietti molto divertenti relativi al processo di scrittura del grande Woody, i materiali esclusivi sui suoi inizi da stand-up comedian

Non mi piace: il taglio troppo tradizionale del documentario, l’eccessivo numero di interviste presenti, la “censura” sul lato oscuro della vita del regista.

Consigliato a chi: naturalmente a tutti i fan del regista

Voto: 2/5

 

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