Oggi pubblichiamo la settima puntata del nostro approfondimento sulla storia degli effetti speciali al cinema, con cui ripercorriamo alcuni dei momenti più memorabili passati per il grande schermo.

A far “crepare d’invidia” gli americani arrivò nel 1940 Il ladro di Bagdad, remake britannico dell’omonimo film muto del 1924 diretto a sei mani da Tim Whelan, Ludwig Berger, Michael Powell. Sfruttando tutte le conoscenze raggiunte all’epoca in materia di trucchi ottici e meccanici, il film infarcì quasi ogni scena di effetti speciali arrivando a far volare cavalli, combattere uomini con ragni giganti e comparire giganteschi geni della lampada, avvalendosi anche di un eccellente uso del Technicolor e riuscendo a vincere ben 3 premi Oscar: per la fotografia, la scenografia e, appunto, gli effetti speciali. A farla da padroni sono la tecnica del matte painting (che consentiva di integrare immagini riprese in live action con sfondi dipinti su mascherini), usata per creare fondali, estendere set creati in studio e creare illusioni (come quella del genio gigantesco) e quella del compositing (sovrapposizione e integrazione di più livelli di immagini). La particolarità di questo film è che molti degli effetti realizzati sono per così dire “veri”: l’enorme ragno con cui combatte il protagonista in realtà è una miniatura animata del maestro Ray Harryausen, mentre il tappeto volate era un vero tappeto steso su di una lastra di metallo appesa agli angoli a cavi talmente sottili da essere praticamente invisibili, mentre un grande ventilatore gettava aria sul protagonista per dare l’idea del movimento. Anche il cavallo volante era un vero cavallo ripreso su sfondo blu, e rappresenta assieme a molte altre riprese del film una delle prime prove di chromakey (tecnica che permette di riprendere attori, oggetti ecc. isolati dal contesto in cui si trovano mettendo alle loro spalle un fondale dipinto con un colore chiave, in questo caso il blu, poi sostituito col verde, riempito in un secondo momento con lo sfondo scelto). Pur non introducendo innovazioni tecnologiche particolari, Il ladro di Bagdad fu nella sua epoca argomento di discussione in moltissime riviste scientifiche e molte tecniche usate per i suoi effetti speciali furono riprese e utilizzate più di 30 anni dopo nella saga di Guerre stellari. L’ambientazione in un Oriente magico e fantastico di questo film è rintracciabile nel film animato Aladdin della Disney e anche nella saga video ludica di Prince of Persia, di cui vedremo presto un adattamento cinematografico.

Il ladro di Bagdad – Trailer


Il film infarcì quasi ogni scena di effetti speciali arrivando a far volare cavalli, combattere uomini con ragni giganti e comparire giganteschi geni della lampada, avvalendosi anche di un eccellente uso del Technicolor.

Il cavallo volante e la trasformazione di Abu (il piccolo ladro di Bagdad) in cane

Il Sultano (Miles Malleson) prova il cavallo volante del Grand Vizier Jaffar (Conrad Veidt) che chiede in cambio la mano della Principessa (June Deprez). Questa, inamorata del principe Ahmad scappa. Quando Ahmad affronta Jaffar questi attua un sortilegio che rende lui cieco e trasforma il suo fedele Abu in un cane.

La scena del cavallo volante fu realizzata con la tecnica della Chromakey e del compositing, riprendendo un vero cavallo su uno sfondo blu. La trasformazione del piccolo Abu (al minuto 7:43) in cane è realizzata con una dissolvenza.

Domani tornate a trovarci per l’ottava puntata di Cinema ad effetto “L’ululato de L’uomo lupo”

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