Barare non vale. Ma per qualcuno è giusto fare un’eccezione. Nella lista ci mettiamo Bryan Singer che con I soliti sospetti ci ha presi in giro per 106 minuti tirandoci scemi con il misterioso e sanguinario Kaiser Soze e mostrandoci una versione dei fatti tutta fasulla, ma regalandoci un gran bel film e un finale di quelli che non si dimenticano. Riguardarlo col senno di poi è di quelle esperienze che ti lascia col sorriso ebete ad annuire, soddisfatto di avere finalmente le armi per giocare alla pari col regista e con il fedifrago Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey). Anche se qualche dubbio alla fine rimane, per esempio sulle origini di questo fantomatico Kaiser Soze e sulla leggenda raccontata da Verbal. Insomma la confusione ne I soliti sospetti nasce dal montaggio che partendo dalla scena finale alterna le scene dell’interrogatorio di Verbal e dell’ispettore Kujan (Chazz Palminteri) e quelle del racconto in flashback dello stesso Verbal. Ed è proprio qui che Singer si fa beffe dello spettatore tradendo il tacito accordo di fiducia che regola la narrazione. Insomma un vero colpo basso… ma da premio Oscar. Anzi due (a Kevin Spacey e alla sceneggiatura originale).

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