Ci vuole coraggio, ambizione e una certa dose di incoscienza per lavorare su un franchise come Hunger Games, specie dopo il successo straordinario del primo film e con tutto il peso delle aspettative dei fan per la traduzione di quello che viene considerato il libro più bello della saga. È la sfida che ha deciso di sobbarcarsi Francis Lawrence, mestierante hollywoodiano di successo (Io sono leggenda, Come l’acqua per gli elefanti), ma anche molto discusso, soprattutto per il finale del film con Will Smith, che «venne cambiato per paura. È difficile dare a una pellicola da 140 milioni, con un protagonista di quel calibro, una fine priva di speranza. Con Hunger Games: La ragazza di fuoco il problema non c’è stato, perché si tratta di romanzi moderni, molto amati, e con una struttura già “cinematografica”».

Da cosa dipende il successo incredibile di questa saga tra i ragazzi?
«Dal fatto che la Collins scrive per gli adolescenti, ma li tratta come adulti. E così finisce per interessare entrambi».

Il film è più cupo del precedente. Si è rifatto alle passate esperienze horror?
«In realtà ho cercato di adattare il romanzo nel modo più logico e rispettoso. Ci sono cose qui che nel primo non erano presenti. Ora i ragazzi mostrano le conseguenze terribili di quanto è capitato loro e questo influenza pesantemente i loro rapporti».

È stata una lavorazione complicata?
«La più complicata che abbia mai vissuto. Moltissimi attori coinvolti, animali sul set e digitali (i babbuini, ndr), paesaggi interamente ricostruiti al computer, le riprese nella giungla, le camere IMAX… Ma sono sfide che amo, quindi è andata bene così». […]

(Foto: Getty Images)

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