Ci hanno salvato, un’altra volta, gli americani, in questo Festival bis di Marco Müller, che dopo le delusioni e le polemiche del suo primo anno di gestione ha raddrizzato il timone, puntando dritta la prua della kermesse nella direzione della festa popolare. E non lo dice soltanto il palmarès, che oltre al quanto meno bizzarro Marc’Aurelio d’Oro all’italiano Tir di Alberto Fasulo – un’altra “fiction-documentaria” tricolore, proprio come Sacro GRA –, ha premiato la voce sensuale di Scarlett Johansson in Her (miglior attrice) e il volto scavato di Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club (miglior attore).

Lo dicono commenti e bisbigli di pubblico e addetti ai lavori ai margini delle proiezioni, che hanno unanimente eletto il quartetto composto dai film di Spike Jonze e Jean-Marc Vallèe, più Snowpiercer e Out of the Furnace (premiato come miglior opera prima o seconda), a shortlist del cuore di questa edizione, ricca di qualità e povera di novità.  D’altra parte, per chi arriva dopo Venezia, dopo Toronto e perfino dopo New York, le anteprime mondiali dei grandi autori sono ormai esaurite, e se qualcosa ancora gira (il nuovo film di Scorsese, quello di Clooney) convincerli ad accelerare la post-produzione per arrivare in tempo è utopia, a meno che non ti chiami Cannes. Ci sono però altri modi di portare a casa un buon Festival e Müller stavolta c’è riuscito.

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