A oltre mezzo secolo dalla sua uscita, Solaris di Andrei Tarkovsky non ha perso un briciolo della sua potenza evocativa. Anzi, col tempo è diventato sempre più chiaro quanto questo film del 1972 fosse non solo in anticipo sul proprio tempo, ma capace di proporre una visione della fantascienza tanto intima quanto destabilizzante. In un’epoca in cui il genere era dominato da effetti speciali e conquista dello spazio, Tarkovsky fece qualcosa di rivoluzionario: guardò all’interno, anziché all’esterno.
Tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem, Solaris racconta la missione del dottor Kris Kelvin su una stazione spaziale che orbita attorno a un enigmatico pianeta fatto di un oceano pensante. Ma più che una storia di esplorazione cosmica, il film è un’indagine sull’identità, sulla colpa e sulla memoria. Solaris, il pianeta, non comunica con l’uomo secondo logiche aliene, ma ne scandaglia l’inconscio, generando apparizioni tangibili di persone perdute. Nel caso di Kelvin, si tratta di sua moglie, morta suicida anni prima.
Tarkovsky mette in scena un horror emotivo, dove la paura non nasce da creature extraterrestri, ma dal confronto con ciò che abbiamo rimosso, dimenticato o represso. La resurrezione di Hari — o della sua copia — non è mai un miracolo, ma un dilemma: è giusto abbracciare l’illusione, se questa ci consola? O dobbiamo affrontare la verità, per quanto dolorosa?
A differenza di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, cui spesso viene contrapposto, Solaris non celebra il progresso, né tantomeno la razionalità. Anzi, Tarkovsky ci mostra un futuro stanco, dove la scienza ha smesso di comprendere e l’uomo ha rinunciato a cercare davvero risposte. I personaggi sembrano bloccati in un limbo claustrofobico, tra corridoi scrostati e stanze vuote, incapaci di comunicare tra loro e con se stessi.
Ciò che rende Solaris ancora oggi così potente è il suo rifiuto di rassicurare. La pellicola non offre facili metafore, non chiude mai davvero il cerchio: tutto rimane sospeso, fluido, come le onde dell’oceano-mente di Solaris. Ed è proprio in questa ambiguità che risiede la sua forza. Tarkovsky chiede allo spettatore di rallentare, di ascoltare, di guardare in profondità. Non c’è climax, ma contemplazione.
Nel corso degli anni, Solaris ha influenzato generazioni di registi, da Lars von Trier a Jonathan Glazer. È stato anche oggetto di remake — come quello di Steven Soderbergh del 2002 con George Clooney — ma nessuna versione è riuscita a eguagliarne la portata filosofica ed emotiva. Perché Solaris non è solo un film da vedere, è un’esperienza da attraversare.
In un’epoca come la nostra, in cui l’intelligenza artificiale promette di decifrare la mente umana, Solaris ci ricorda che il vero mistero non è lo spazio, ma l’interiorità. Ed è questo che lo rende, ancora oggi, uno dei film di fantascienza più audaci e profondi mai realizzati.
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Fonte: CBR
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