Disclosure Day cosa c’è di vero: UAP e UFO nel film di Spielberg
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Disclosure Day, cosa c’è di vero nel nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg?

Il nuovo film del regista di E.T e La guerra dei mondi non è una storia vera, ma arriva dopo anni di audizioni, report ufficiali e documenti sugli UAP che hanno riacceso l'interesse sul tema

Disclosure Day, cosa c’è di vero nel nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg?

Il nuovo film del regista di E.T e La guerra dei mondi non è una storia vera, ma arriva dopo anni di audizioni, report ufficiali e documenti sugli UAP che hanno riacceso l'interesse sul tema

colin firth in disclosure day

Per Steven Spielberg gli alieni non sono mai stati soltanto creature venute da un altro pianeta. Sono stati una forma di meraviglia, un’amicizia impossibile, una paura collettiva, a volte perfino un modo per raccontare le famiglie, l’infanzia e la fragilità degli esseri umani davanti a qualcosa che non riescono a controllare. Con Disclosure Day, atteso in Italia dal 10 giugno 2026, il regista torna dentro uno dei territori più riconoscibili del suo cinema, ma lo fa da una prospettiva diversa rispetto al passato. Negli anni Settanta, con Incontri ravvicinati del terzo tipo, l’incontro con gli extraterrestri era una chiamata misteriosa, quasi spirituale: l’alieno non arrivava per distruggere, ma per comunicare. Nel 1982, con E.T. l’extra-terrestre, quella presenza diventava fragile, domestica, vicina allo sguardo dei bambini. Nel 2005, con La guerra dei mondi, Spielberg aveva ribaltato il suo stesso immaginario, trasformando l’invasione aliena in un incubo di massa, con il panico, le città svuotate e una famiglia costretta a sopravvivere in un mondo improvvisamente crollato.

Oggi il punto non sembra più essere soltanto l’incontro, l’amicizia o la minaccia. Disclosure Day guarda al tema del disvelamento: chi sa qualcosa, chi lo nasconde, chi prova a renderlo pubblico, che cosa accade quando un segreto troppo grande non può più restare nelle mani di pochi. È qui che il nuovo film intercetta una fascinazione molto contemporanea. Negli ultimi anni UFO e UAP sono tornati al centro del dibattito pubblico americano, non più solo come materia da fantascienza o da cultura del sospetto, ma attraverso report governativi, audizioni al Congresso, indagini NASA, documenti d’archivio e analisi del Pentagono. La domanda è inevitabile: cosa c’è di vero nel nuovo film di Spielberg? La risposta, almeno per ora, va tenuta su due piani separati. Il film non è chiaramente la ricostruzione di una storia vera. Allo stesso tempo nasce dentro un clima reale, fatto di notizie, testimonianze, pubblicazioni ufficiali e domande ancora aperte. Nessuna istituzione ha confermato l’esistenza di astronavi aliene o tecnologia extraterrestre recuperata, ma è vero che il tema dei fenomeni anomali non identificati è uscito dai margini ed è entrato in documenti, uffici e commissioni governative.

Di cosa parla il nuovo film di Steven Spielberg

Disclosure Day è diretto da Steven Spielberg, scritto da David Koepp da una storia dello stesso Spielberg e prodotto da Universal Pictures e Amblin Entertainment. Il film è atteso nelle sale italiane dal 10 giugno 2026 e segna il ritorno del regista a un immaginario che attraversa la sua carriera da quasi cinquant’anni. La storia ruota attorno a Daniel, interpretato da Josh O’Connor, un esperto di cybersicurezza che entra in possesso di prove governative tenute nascoste su una lunga storia di incontri alieni. Il personaggio si muove quindi dentro un racconto di fuga, segreti e informazioni da rendere pubbliche. Colin Firth interpreta un dirigente deciso a impedire che la verità venga rivelata, mentre Colman Domingo è il leader di un movimento per la disclosure che aiuta Daniel. Emily Blunt è Margaret Fairchild, una meteorologa coinvolta in un episodio misterioso durante una diretta televisiva: a un certo punto comincia a parlare in una lingua apparentemente aliena, in una scena che ha già attirato attenzione per il lavoro fisico e vocale dell’attrice.

Già dalla premessa si capisce perché Disclosure Day non sembri voler raccontare solo “gli alieni”. Al centro c’è la verità come oggetto conteso: chi la possiede, chi la manipola, chi pretende di mostrarla al mondo. È un tema perfettamente inserito nel presente, in un’epoca in cui immagini, documenti, video militari, testimonianze e smentite istituzionali convivono nello stesso flusso di notizie.

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Disclosure Day è tratto da una storia vera?

No, almeno sulla base delle informazioni ufficiali disponibili: Disclosure Day non è chiaramente un film tratto da una storia vera. Al momento non esiste un caso reale indicato come modello diretto della trama. Sarebbe quindi scorretto raccontarlo come la ricostruzione di una rivelazione governativa, di un episodio documentato di contatto extraterrestre o di una verità accertata sugli alieni. Il film, però, nasce in un momento in cui l’argomento è tornato molto visibile. Negli Stati Uniti si parla sempre più spesso di UAP, sigla che indica gli Unidentified Anomalous Phenomena, cioè fenomeni anomali non identificati. È una formula più ampia e istituzionale rispetto al vecchio termine UFO, perché non si limita all’idea dell’oggetto volante e include fenomeni osservati in diversi contesti, spesso attraverso sensori militari, testimonianze di piloti o dati incompleti.

“Non identificato”, però, non significa “alieno”. Significa che, con le informazioni disponibili, un fenomeno non è stato spiegato in modo conclusivo. Può dipendere da dati insufficienti, errori di percezione, limiti tecnici dei sensori, droni, palloni, fenomeni atmosferici, velivoli non riconosciuti o altri elementi terrestri. In alcuni casi la spiegazione resta aperta, ma questo non equivale a una prova extraterrestre. Disclosure Day sembra inserirsi proprio in quella zona grigia: non la certezza degli alieni, ma il sospetto che qualcuno sappia più di quanto dica. È un terreno molto spielberghiano, perché sposta lo sguardo dal fenomeno in sé alle persone che lo vedono, lo inseguono, lo negano o ne sono trasformate.

UFO e UAP: cosa è successo negli ultimi anni

Il nuovo interesse pubblico per UFO e UAP non nasce con Disclosure Day. Negli ultimi anni il tema è tornato al centro del discorso americano per una serie di fatti documentati. Tra i momenti più importanti c’è stata la pubblicazione e la conferma di video registrati da piloti della Marina statunitense, spesso indicati con nomi come FLIR, GIMBAL e GOFAST. Il Pentagono ha riconosciuto l’autenticità dei filmati, senza però identificarli come veicoli alieni. Da lì il tema è uscito progressivamente dalla zona del folklore. Nel 2021 l’Office of the Director of National Intelligence ha pubblicato un primo report sugli UAP, analizzando decine di segnalazioni raccolte soprattutto in ambito militare. Il documento non arrivava a una conclusione extraterrestre, ma metteva in evidenza la necessità di dati migliori, procedure più uniformi, strumenti più precisi e un modo meno stigmatizzato per raccogliere le segnalazioni.

Negli anni successivi il governo americano ha creato o rafforzato strutture dedicate all’analisi del fenomeno, tra cui AARO, l’All-domain Anomaly Resolution Office, ufficio del Dipartimento della Difesa incaricato di studiare le segnalazioni di fenomeni anomali in diversi domini. La linea ufficiale è rimasta prudente: alcuni casi richiedono ulteriori analisi, molti vengono spiegati con oggetti ordinari o dati insufficienti, nessuno è stato collegato in modo verificato a tecnologia extraterrestre. Per un film come Disclosure Day, questo nuovo contesto è decisivo. Spielberg non torna semplicemente agli alieni perché gli alieni sono un grande tema del suo cinema. Ci torna mentre la cultura popolare e le istituzioni americane stanno usando un vocabolario nuovo per parlarne: meno dischi volanti e più report, meno leggende urbane e più audizioni, meno fede assoluta e più attenzione alla qualità delle prove.

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Le audizioni al Congresso e il caso David Grusch

Il momento più vicino all’immaginario di Disclosure Day è probabilmente l’audizione sugli UAP tenuta al Congresso degli Stati Uniti nel 2023. Tra i testimoni c’era David Grusch, ex funzionario dell’intelligence diventato centrale nel dibattito dopo aver sostenuto l’esistenza di programmi segreti legati al recupero di veicoli di origine non umana. Nella stessa audizione sono intervenuti anche ex piloti militari, tra cui David Fravor e Ryan Graves, che hanno insistito sulla necessità di prendere sul serio le segnalazioni dei piloti e i possibili rischi per la sicurezza del volo. Sono dichiarazioni che hanno avuto enorme risonanza, anche perché toccano il cuore della parola “disclosure”: l’idea che esistano informazioni nascoste e che qualcuno, dall’interno del sistema, provi a portarle alla luce. Per questo il collegamento con il nuovo film di Spielberg è immediato sul piano dell’immaginario.

Resta però essenziale distinguere testimonianza e prova. Le affermazioni più clamorose di Grusch non sono state accompagnate, in sede pubblica, da materiali verificabili che confermino astronavi recuperate, corpi extraterrestri o programmi di reverse engineering di tecnologia aliena. Il peso della vicenda sta nel fatto che il tema sia arrivato in una sede istituzionale e abbia prodotto nuove richieste di trasparenza. Non nel fatto che abbia dimostrato l’esistenza degli alieni. È proprio questa tensione tra sospetto, testimonianza e mancanza di prova definitiva a rendere Disclosure Day un titolo così attuale. Spielberg sembra spostarsi dal cielo alla sala d’audizione, dall’avvistamento alla fuga di notizie, dall’oggetto misterioso alla domanda su chi controlla il racconto della realtà.

Cosa hanno detto NASA e Pentagono sugli UAP

Anche la NASA è entrata nel dibattito. Nel 2023 l’agenzia ha pubblicato il rapporto finale del proprio gruppo indipendente sugli UAP, adottando un’impostazione molto diversa da quella del sensazionalismo. La NASA non ha annunciato la scoperta di alieni e non ha confermato l’origine extraterrestre dei fenomeni osservati. Ha spiegato invece che il tema va affrontato con strumenti scientifici migliori, dati più affidabili e un sistema di raccolta meno frammentario. Se si vuole capire che cosa siano davvero gli UAP, servono informazioni solide. Video sgranati, testimonianze isolate e dati privi di contesto non bastano. Servono sensori calibrati, metadati, coordinate, condizioni di osservazione, procedure comuni. È un approccio meno spettacolare, ma molto importante: sposta il discorso dalla fede alla verifica.

Sul fronte del Pentagono, AARO ha pubblicato report annuali e un rapporto storico sui casi UAP e sulle affermazioni legate a presunti programmi segreti. La conclusione ufficiale resta netta: non sono state trovate prove verificabili di tecnologia extraterrestre, attività extraterrestre o programmi confermati di recupero e reverse engineering di veicoli alieni. Molti racconti vengono ricondotti a identificazioni errate, programmi reali fraintesi, informazioni incomplete o alla ripetizione di voci mai dimostrate. Questo non vuol dire che ogni caso sia chiuso o spiegato. Vuol dire che, allo stato delle fonti ufficiali, l’ipotesi aliena non è dimostrata.

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I documenti pubblicati e cosa è stato davvero svelato

Negli ultimi anni sono stati resi disponibili report, archivi e materiali legati agli UAP. Il National Defense Authorization Act per il 2024 ha previsto una raccolta ufficiale presso i National Archives, pensata per riunire i documenti governativi sul tema e renderli consultabili progressivamente. È una scelta che conferma quanto il dossier sia entrato in una fase più pubblica e ordinata rispetto al passato. La pubblicazione di materiali non significa che quei materiali dimostrino l’esistenza degli alieni. Molti documenti servono a ricostruire procedure, segnalazioni, indagini, scambi tra agenzie, analisi di casi e richieste di trasparenza. Alcuni file possono contenere immagini o video difficili da interpretare senza dati tecnici completi. Altri riguardano casi già noti o fenomeni poi spiegati in modo ordinario.

Che cosa è stato davvero svelato, allora? Prima di tutto, che il tema è stato preso più seriamente dalle istituzioni di quanto spesso si pensasse. Sono stati riconosciuti il problema dello stigma, la necessità di ascoltare piloti e personale militare, l’esistenza di casi non immediatamente spiegabili e l’urgenza di migliorare la raccolta dei dati. Non è poco, soprattutto per un argomento rimasto per decenni sospeso tra fascinazione popolare e sospetto complottista. Quello che non è stato svelato, invece, è il grande segreto che molti si aspettano: nessun documento pubblico ha confermato in modo verificabile astronavi aliene, corpi extraterrestri o contatti nascosti con civiltà non terrestri. La realtà, per ora, è meno spettacolare ma forse più interessante per il cinema: non una risposta definitiva, ma un accumulo di domande, lacune, testimonianze, smentite e richieste di accesso alla verità.

Perché Disclosure Day parla proprio al nostro presente

Il ritorno di Spielberg agli alieni arriva in un momento molto diverso da quello di E.T. l’extra-terrestre o Incontri ravvicinati del terzo tipo. Allora il contatto era soprattutto una questione di stupore: guardare il cielo e immaginare che qualcosa potesse rispondere. Con La guerra dei mondi, lo sguardo si era fatto più cupo: l’alieno diventava l’immagine di una minaccia improvvisa, capace di trasformare una giornata qualsiasi in una fuga disperata. Con Disclosure Day, almeno da quanto sappiamo, il centro si sposta ancora. L’alieno non è solo presenza o invasore, ma verità trattenuta. Il nuovo film sembra interessato al momento in cui l’informazione smette di essere privata, classificata, gestita da pochi, e diventa una questione pubblica. È un tema che parla tanto agli UAP quanto al nostro rapporto quotidiano con immagini, notizie, prove e smentite.

Per questo la domanda “cosa c’è di vero?” ha un suo senso. Non perché Disclosure Day prometta di rivelare una verità sugli alieni, ma perché nasce in un’epoca in cui quella domanda è tornata a circolare in modo nuovo. C’è qualcosa nei cieli? Quanto sappiamo davvero? Chi decide cosa può essere reso pubblico? E quando una prova è abbastanza forte da cambiare il modo in cui guardiamo il mondo? Spielberg ha passato quasi cinquant’anni a usare gli alieni per raccontare noi. Ora sembra pronto a farlo partendo non più solo dalla meraviglia o dalla paura, ma dal bisogno di sapere. Ed è forse questo il vero legame tra Disclosure Day e l’ultimo filone sugli UAP: non una conferma, non una risposta, ma la sensazione che il mistero sia entrato in una nuova fase, più vicina agli archivi che alle leggende, più vicina alle audizioni che ai racconti tramandati. Il cinema, come spesso accade con Spielberg, arriva proprio quando una domanda collettiva ha trovato una nuova forma.

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