Steven Spielberg e gli alieni, film da vedere prima di Disclosure Day
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Steven Spielberg e gli alieni: i film e le serie da vedere prima di Disclosure Day

Il nuovo film in uscita del leggendario regista riapre una delle grandi ossessioni del suo cinema: ecco i titoli fondamentali (non solo diretti, ma anche creati o prodotti) per arrivare preparati all'appuntamento

Steven Spielberg e gli alieni: i film e le serie da vedere prima di Disclosure Day

Il nuovo film in uscita del leggendario regista riapre una delle grandi ossessioni del suo cinema: ecco i titoli fondamentali (non solo diretti, ma anche creati o prodotti) per arrivare preparati all'appuntamento

film sugli alieni di steven spielberg

Manca pochissimo al ritorno di Steven Spielberg al cinema, e questa volta non sarà un ritorno qualunque. Con Disclosure Day, atteso in Italia dal 10 giugno, il regista rimette al centro uno dei grandi amori della sua carriera: gli alieni, gli avvistamenti, il contatto con l’ignoto, la domanda che da decenni attraversa il suo cinema e il nostro immaginario collettivo. Siamo soli nell’universo? E soprattutto: che cosa succederebbe se qualcuno potesse dimostrarci che non lo siamo mai stati?

Il nuovo film, prodotto da Universal Pictures e Amblin Entertainment, segna un possibile punto di arrivo di un percorso lungo quasi cinquant’anni. In questo tempo è cambiato lo sguardo di Spielberg sugli extraterrestri, ma è cambiato anche il nostro. Negli anni Settanta l’alieno era ancora una figura di meraviglia, paura e mistero; negli anni Ottanta è diventato un amico fragile da proteggere; dopo l’11 settembre è tornato a incarnare il trauma dell’invasione e del collasso del quotidiano. Oggi, con Disclosure Day, il tema passa attraverso parole molto contemporanee: segreti, Uap, whistleblower, governi, immagini da verificare, verità da rendere pubbliche.

Per arrivare preparati al nuovo film, quindi, non basta ripensare a Incontri ravvicinati del terzo tipo oE.T. l’extra-terrestre. Bisogna attraversare un piccolo sistema solare fatto di regie, produzioni Amblin, serie televisive e deviazioni nel fantastico. Alcuni titoli sono centrali, altri laterali, ma tutti aiutano a capire perché, per Spielberg, gli alieni non sono mai stati soltanto creature venute da un altro pianeta. Sono stati il modo più diretto per parlare di infanzia, famiglia, paura, fiducia, perdita, comunità e desiderio di credere che il mondo nasconda ancora qualcosa di più grande.

Firelight (1964)

Prima di Hollywood, prima degli Oscar, prima degli squali, delle arche e dei dinosauri, c’è già il cielo. Firelight è il lungometraggio amatoriale che Spielberg realizza da ragazzo, quando ha appena 17 anni, e oggi è più una leggenda cinefila che un film realmente recuperabile, visto che ne sopravvivono solo pochi minuti. Eppure è impossibile non partire da qui. La storia ruotava attorno a luci misteriose, sparizioni di persone e animali, scienziati, avvistamenti e tentativi di convincere le autorità dell’esistenza di una presenza extraterrestre. In forma ancora ingenua, con mezzi quasi artigianali, Firelight contiene già molti elementi che diventeranno centrali nel suo cinema successivo: la provincia americana turbata da qualcosa che arriva dal cielo, il confine sottile tra ossessione e rivelazione, la difficoltà di far credere agli altri ciò che si è visto.

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Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Con Incontri ravvicinati del terzo tipo, Spielberg firma il suo primo grande film sul contatto extraterrestre e cambia il modo in cui il cinema americano guarda agli alieni. Il protagonista Roy Neary è un uomo qualunque, un tecnico dell’Indiana, la cui esistenza viene sconvolta dall’avvistamento di un Ufo. Da quel momento, la sua vita familiare e mentale comincia a ruotare attorno a un’immagine, a una forma, a un richiamo che non riesce a spiegare. Il film prende una strada diversa rispetto a tanta fantascienza d’invasione. Gli alieni non sono mostri da combattere, ma presenze da comprendere. Il contatto non passa attraverso le armi, ma attraverso il linguaggio, la musica, i segnali luminosi, la costruzione di un codice comune tra esseri umani e creature sconosciute. La Devil’s Tower diventa così un luogo fisico e mentale, il punto in cui la paura dell’ignoto si trasforma in desiderio di incontro. La sua importanza culturale è enorme perché Incontri ravvicinati del terzo tipo porta la fantascienza dentro una dimensione quasi spirituale, ma senza perdere la concretezza del cinema popolare. Spielberg racconta l’alieno come una possibilità, non come una condanna. E soprattutto lega l’incontro con l’altro a una domanda molto umana: quanto siamo disposti a perdere, o a lasciare indietro, pur di seguire ciò che sentiamo vero?

E.T. l’extra-terrestre (1982)

Se Incontri ravvicinati del terzo tipo guarda il cielo, E.T. l’extra-terrestre abbassa lo sguardo fino alla cameretta di un bambino. L’alieno non arriva più come una presenza abbagliante e misteriosa, ma come un essere piccolo, solo, spaventato, dimenticato sulla Terra dai suoi simili. A trovarlo è Elliott, che lo nasconde in casa e costruisce con lui un legame emotivo così forte da diventare quasi fisico. È qui che Spielberg compie una delle sue operazioni più decisive: trasforma l’extraterrestre in una figura familiare. E.T. non è il pericolo da respingere, ma l’amico da proteggere. La sua diversità non genera distanza, ma cura. Attorno a lui si muove una famiglia già ferita, segnata dall’assenza del padre, e il racconto dell’alieno diventa anche una storia di mancanza, crescita, lutto domestico e bisogno di casa. L’impatto culturale del film è talmente vasto da aver superato da tempo i confini della fantascienza. L’immagine della bicicletta davanti alla luna, la frase “telefono casa”, la sagoma stessa di E.T. sono diventate parte del lessico pop globale. Ma sotto l’icona resta il punto più importante: Spielberg fa dell’alieno uno specchio dell’infanzia. Non qualcosa che ci minaccia dall’esterno, ma qualcuno che ci costringe a capire quanto siamo capaci di empatia.

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Ai confini della realtà – Il film (1983)

Ai confini della realtà – Il film non è un film sugli alieni vero e proprio, ma Spielberg dirige il segmento Kick the Can, ambientato in una casa di riposo, dove alcuni anziani riscoprono per una notte la possibilità di tornare bambini. Non ci sono astronavi, governi o creature extraterrestri, ma c’è un tassello importante del suo rapporto con il fantastico. Il segmento racconta l’irruzione del meraviglioso dentro una cornice quotidiana, quasi dimessa. Il fantastico non serve a spaventare, ma a riaprire uno spazio emotivo che sembrava chiuso: il desiderio, il gioco, la memoria, la possibilità di guardare il mondo con occhi diversi. È una variazione sul tema, certo, ma aiuta a capire perché l’alieno spielberghiano funzioni così spesso: perché non nasce solo dalla fantascienza, ma da un’idea più ampia di stupore. In questo senso, Kick the Can dialoga più con E.T. l’extra-terrestre che con l’invasione o il complotto. È Spielberg nel suo registro più tenero e malinconico, quello in cui l’impossibile entra nella vita delle persone comuni non per distruggerla, ma per ricordare loro qualcosa che avevano smesso di vedere.

Miracolo sull’8ª strada (1987)

Miracolo sull’8ª strada non è diretto da Spielberg, ma porta chiaramente il marchio Amblin. Il film nasce da un’idea sviluppata per la serie antologica Amazing Stories e diventa poi un lungometraggio diretto da Matthew Robbins. Al centro ci sono gli abitanti di un vecchio palazzo minacciato da una speculazione edilizia: persone fragili, anziane, isolate, destinate a essere spazzate via da una città che non sembra avere più spazio per loro. A salvarli arrivano piccole astronavi extraterrestri, creature meccaniche e quasi domestiche, capaci di riparare, proteggere, generare altra vita. È un film che prende l’eredità emotiva di E.T. l’extra-terrestre e la sposta dalla camera di un bambino a una comunità adulta e marginale. L’alieno, ancora una volta, non è il nemico. È il miracolo imprevisto che entra in un ambiente destinato alla sconfitta e lo rimette in movimento. Il suo ruolo dentro il percorso spielberghiano è prezioso: Miracolo sull’8ª strada mostra quanto l’idea Amblin dell’extraterrestre fosse diventata riconoscibile negli anni Ottanta: una presenza piccola, empatica, capace di parlare a chi si sente dimenticato. Non il grande evento cosmico, ma un aiuto venuto da altrove quando gli esseri umani sembrano aver smesso di aiutarsi.

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Taken (2002)

Taken è uno dei titoli più interessanti da recuperare prima di Disclosure Day, anche perché sembra anticiparne alcuni territori tematici. Presentata come Steven Spielberg Presents Taken, la miniserie segue cinquant’anni di incontri extraterrestri, rapimenti, esperimenti e segreti governativi attraverso diverse generazioni di famiglie americane. Non è il racconto di un singolo contatto, ma una lunga storia nascosta che attraversa il Novecento. Qui l’alieno non è più soltanto meraviglia o amicizia. È trauma privato, ossessione ereditaria, mistero nazionale. La serie lavora su un immaginario molto vicino a quello della cultura Ufo americana: Roswell, cover-up, militari, documenti segreti, persone che sanno troppo e altre che non possono dimostrare nulla. Ma il punto, ancora una volta, non è solo il complotto. Taken guarda a come il contatto con l’ignoto cambia le famiglie, lascia ferite, produce discendenze, modifica la percezione stessa della realtà. Dentro questa linea, il collegamento con Disclosure Day è evidente. Se il nuovo film di Spielberg si muove attorno alla rivelazione pubblica di una verità sugli alieni, Taken rappresenta il lato sotterraneo della stessa domanda: che cosa succede quando il segreto resta nascosto per decenni e attraversa la vita delle persone prima ancora di diventare notizia?

La guerra dei mondi (2005)

Con La guerra dei mondi, Spielberg cambia registro e firma il suo film alieno più cupo. Tratto da H.G. Wells, il racconto segue Ray Ferrier, interpretato da Tom Cruise, un padre imperfetto costretto a proteggere i figli mentre la Terra viene attaccata da gigantesche macchine aliene. Non c’è più la chiamata luminosa di Incontri ravvicinati del terzo tipo, né la tenerezza di E.T. l’extra-terrestre. Qui l’alieno è distruzione, panico, fuga. Il film appartiene chiaramente all’immaginario dell’America post 11 settembre. Spielberg non lo trasforma in un discorso esplicito sul trauma, ma lo fa passare attraverso immagini di collasso: strade bloccate, folle in fuga, corpi disorientati, famiglie divise, infrastrutture che cedono. La minaccia aliena diventa il modo per raccontare la fragilità di un mondo che credeva di essere al sicuro. La sua importanza, nel percorso che porta a Disclosure Day, sta nel rovesciamento. Dopo aver raccontato l’extraterrestre come promessa e come amico, Spielberg lo riporta alla sua forma più antica: l’invasore incomprensibile. Ma anche qui il centro emotivo resta umano. La guerra del titolo è meno interessante della corsa di un padre che prova, finalmente, a essere presente. Gli alieni distruggono il mondo, ma il film osserva soprattutto ciò che resta di una famiglia quando il mondo smette di funzionare.

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Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è un caso particolare, ovviamente. Eppure può trovare posto nel percorso, perché porta il regista dentro un immaginario da fantascienza anni Cinquanta: Guerra fredda, basi militari, paranoia atomica, reperti misteriosi, civiltà perdute e creature che il film definisce più come esseri interdimensionali che come semplici extraterrestri. La trama segue Indiana Jones nella ricerca di un teschio di cristallo legato ad Akator, mentre gli antagonisti sovietici cercano di impossessarsi del suo potere. È avventura pulp, prima ancora che fantascienza, ma intercetta un’altra faccia del rapporto spielberghiano con l’ignoto: quella in cui alieni, archeologia e mito popolare si mescolano fino a diventare racconto di credenze, ossessioni e oggetti impossibili. Non è il titolo più necessario per capire Disclosure Day, anzi è stato addirittura più volte ripudiato dallo stesso regista, ma è utile per vedere quanto il tema extraterrestre abbia attraversato anche territori meno ovvi della filmografia di Spielberg. Qui l’alieno non è né amico né nemico in senso classico. È una traccia sepolta nella storia umana, una presenza che mette in crisi l’idea stessa di passato.

Super 8 (2011)

Super 8 è scritto e diretto da J.J. Abrams, ma prodotto da Spielberg, e più che un semplice film con alieni è una dichiarazione d’amore all’immaginario Amblin. Ambientato nel 1979, segue un gruppo di ragazzi che sta girando un film amatoriale quando assiste a un deragliamento ferroviario. Da quel momento, nella loro cittadina iniziano a verificarsi sparizioni, fenomeni inspiegabili e interventi militari sempre più inquietanti. La creatura aliena al centro della storia è prigioniera, ferita, arrabbiata. Fa paura, ma non è soltanto un mostro. Come spesso accade nel cinema che discende da Spielberg, il vero nodo è capire che cosa le è stato fatto e perché vuole tornare a casa. Attorno a lei, Abrams costruisce una storia di lutto, amicizia, adolescenza e cinema dentro il cinema, con ragazzi che guardano il mondo attraverso una cinepresa prima ancora di capirlo davvero. Super 8 è importante perché mostra l’eredità di Spielberg filtrata dallo sguardo di un autore cresciuto con i suoi film. C’è la provincia, ci sono i militari, c’è il mistero nascosto, ci sono i bambini davanti a qualcosa di più grande. Non è Spielberg che torna agli alieni, ma il suo cinema che continua a generare altri racconti sugli alieni.

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Falling Skies (2011)

Falling Skies porta il discorso sul terreno della serialità televisiva. Prodotta esecutivamente da Spielberg e creata da Robert Rodat, la serie parte dopo un’invasione aliena che ha devastato la Terra e segue un gruppo di superstiti impegnati a resistere all’occupazione. Il centro non è il primo contatto, ma ciò che viene dopo: la sopravvivenza, l’organizzazione, la perdita, la necessità di ricostruire una comunità sotto assedio. Rispetto ai titoli più emotivi della linea Amblin, Falling Skies lavora su un immaginario più bellico e post-apocalittico. Gli alieni sono occupanti, dominatori, forze che hanno già vinto una prima battaglia e contro cui l’umanità deve imparare a resistere. Anche qui, però, il racconto resta ancorato alla famiglia e al gruppo: non è solo una guerra contro creature venute da un altro mondo, ma una storia su ciò che gli esseri umani scelgono di proteggere quando hanno perso quasi tutto.

Disclosure Day (2026)

E arriviamo infine a Disclosure Day, che riporta Spielberg al centro del discorso sugli alieni con un film che sembra voler raccogliere molte delle strade aperte nei decenni precedenti. Diretto da Spielberg, scritto da David Koepp da una storia dello stesso regista, il film è atteso in Italia dal 10 giugno e si presenta come un thriller fantascientifico costruito attorno a una domanda semplice e inquietante: se qualcuno potesse dimostrare che non siamo soli, questo ci spaventerebbe? La trama ruota attorno a Daniel, interpretato da Josh O’Connor, un esperto di cybersicurezza che entra in possesso di prove governative tenute nascoste su una lunga storia di incontri alieni. Colin Firth interpreta un dirigente deciso a mantenere segreta la verità, mentre Colman Domingo è il leader di un movimento per la disclosure che aiuta Daniel nella sua fuga. Emily Blunt è Margaret Fairchild, una meteorologa coinvolta in un episodio misterioso durante una diretta televisiva: un momento che sembra trasformare il corpo e la voce della donna in qualcosa di non umano. Nel cast figurano anche Eve Hewson e Wyatt Russell.

Il film segna anche nuove collaborazioni e ritorni importanti nella squadra di Spielberg. David Koepp ritrova il regista dopo titoli come Jurassic Park, Il mondo perduto – Jurassic Park e La guerra dei mondi; la musica è affidata a John Williams, in un nuovo capitolo di una collaborazione storica. Disclosure Day arriva in un momento in cui il rapporto tra pubblico, immagini e verità è cambiato profondamente. Gli alieni, nel cinema di Spielberg, sono stati meraviglia, amicizia, trauma, memoria, minaccia e segreto. Ora sembrano diventare soprattutto una questione di fiducia: verso ciò che vediamo, verso chi governa le informazioni, verso l’idea che una verità troppo grande possa appartenere davvero a tutti. Dopo quasi cinquant’anni di incontri ravvicinati, il nuovo film non riparte soltanto dal cielo. Riparte dalla domanda su cosa siamo pronti a sapere.

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