«L’ultimo intellettuale», «fenomeno», «Street Fighting Man», «rivoluzionario», negli anni Zerocalcare è stato chiamato in tanti modi e non ce n’è uno che non l’abbia fatto arrossire fino alla punta delle orecchie. Se lo chiedete a lui, si definisce “fumettista”. E basta. E infatti Zerocalcare di mestiere fa i fumetti. Ha iniziato per i fatti suoi, autoproducendoli per la scena punk e disegnando le locandine degli eventi dei centri sociali che frequentava, poi nel 2011 ha aperto un blog dove in breve tempo i suoi racconti autobiografici hanno iniziato ad avere successo. Sta di fatto però che con La profezia dell’Armadillo qualcosa è cambiato. Prima autoprodotto e poi edito da Bao Publishing, quel libro ha rivoluzionato la vita di Zerocalcare e in qualche modo anche il fumetto in Italia. Quella che era considerata “roba da nerd” è arrivata a interessare il pubblico generalista e il perché va ricercato nella capacità di Michele Rech – il nome all’anagrafe di Zero – di trasformare il racconto autobiografico in un linguaggio condiviso, popolare, immediatamente riconoscibile, senza perdere mai il senso di fragilità che attraversa i suoi personaggi.
In un panorama dominato da prodotti costruiti per inseguire tendenze che poi evaporano in un attimo, il fumettista di Rebibbia è riuscito invece a imporre un immaginario personale, fatto di nevrosi quotidiane, amicizie, memoria politica, periferie e senso di colpa. I fumetti di Zerocalcare sono veri, sinceri, nostalgici; i suoi personaggi sono in bilico tra il desiderio di cambiare e la paura di farlo davvero, ed è forse questo il punto di contatto col lettore, che tra quelle pagine trova sempre qualcosa in cui identificarsi. Da lì è partito il frullatore del successo, che Zero vive «malissimo», e negli anni la sua voce narrativa ha superato i confini del fumetto, arrivando a occupare uno spazio unico anche nel linguaggio televisivo. Dopo l’esperimento di Rebibbia Quarantine – la serie scritta, prodotta e diretta da Zero nella sua cameretta ai tempi del COVID-19, e andata in onda in Tv a Propaganda Live –, nel 2021 è arrivata in streaming su Netflix Strappare lungo i bordi. La serie, costruita come un lungo flusso di coscienza, raccontava il disagio esistenziale di Zero attraverso una struttura narrativa intima e frammentata. A emergere non era soltanto la comicità tipica dell’autore, ma anche una riflessione sulla crescita, sul rimpianto e sull’incapacità di comunicare davvero. Fu un successo tale che, tra meme e la consapevolezza di poter fare animazione per adulti, Netflix confermò subito una seconda stagione. Così due anni dopo arrivò Questo mondo non mi renderà cattivo, capace allo stesso tempo di ampliare il raggio del racconto e di tornare nel quartiere romano che ha sempre rappresentato il centro emotivo dell’universo di Zerocalcare.
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A sei anni dall’inizio, oggi quel percorso arriva a una chiusura e il 27 maggio ha debuttato su Netflix Due spicci, annunciata come il terzo e conclusivo capitolo. Due spicci riporta in scena Zero, l’Armadillo, cioè la sua coscienza sarcastica e disillusa, ancora doppiata da Valerio Mastandrea, e molti personaggi ormai noti dell’universo narrativo di Zerocalcare. Stavolta protagonista assoluto sarà Cinghiale: con lui Zero gestisce un piccolo locale, un microcosmo che diventa specchio di fragilità economiche, amicizie messe alla prova e vite che si complicano più del previsto. I problemi di debiti li portano a scontrarsi con la malavita locale e con “scelte difficili”. D’altronde Zerocalcare è cresciuto, ha 42 anni, i suoi amici si sono sposati e hanno fatto figli, lui ha preso un cane, il mondo nel frattempo è impazzito del tutto e i problemi si sono fatti seri. La narrazione che ne consegue è più adulta, più disillusa: le relazioni non sono più salvifiche ma terreno di scontri, incomprensioni e responsabilità da affrontare. Nel capitolo finale di una trilogia che ha messo in scena il disagio di crescere, Due spicci sembra tirare le somme di un percorso iniziato quasi per caso e diventato uno dei progetti più riconoscibili dell’animazione italiana contemporanea. Non soltanto una nuova storia, ma la chiusura di un racconto che, stagione dopo stagione, ha accompagnato il pubblico dentro le fragilità di una generazione che continua a cercare il proprio posto nel mondo.
Per il nuovo numero di Best Streaming in digitale da oggi e in edicola dal 5 giugno 2026, abbiamo parlato con Zerocalcare, per fare con lui il punto della situazione tra fumetto, serie, progetti, futuro e… angosce.
Zero a Zero: la nostra intervista a Zerocalcare
Per rompere il ghiaccio parto dalla domanda facile: per citare Lady Cocca nella serie, sei felice?
«No, decisamente no».
Molto bene. Per evitare di andare sul filosofico, circostanzio: sei felice del risultato finale di Due spicci?
«Sono contento che la serie sia molto diversa dalle cose fatte in precedenza. Sono contento che non sia la riproposizione di Strappare lungo i bordi come formato, come soluzioni narrative e via dicendo. Mi piace che sia cresciuta dal punto di vista del linguaggio cinematografico: queste cose le riconosco. Tutto il resto, però, faccio fatica a razionalizzarlo perché ora come ora è tutto un magma di spavento».
Da Strappare lungo i bordi a Due spicci cosa è cambiato?
«Non c’è più l’effetto sorpresa. Con Strappare lungo i bordi sono nati un linguaggio e un tipo di prodotto che in Italia, oggettivamente, non si erano mai fatti. Con l’esperienza pregressa delle due serie, poi, siamo riusciti a realizzare una terza stagione che è molto più complessa, e che sei anni fa non avrei saputo raccontare. Se Due spicci è quel che è lo devo all’esperienza accumulata fin qui e alla fiducia che ho acquisito nella squadra di lavoro, capace di colmare le mie lacune».
Una domanda che viene spontanea guardando la serie: ma capitano tutte a te o te le inventi?
«Ti direi che è una storia di fantasia, nel senso che i personaggi non esistono davvero, non esiste una Smeralda reale, non esiste un Paturnia reale. Però tutte le situazioni raccontate sono cose successe a me, o intorno a me».
Hai detto che oggi ti fidi di più delle persone con cui lavori. Come funziona il processo creativo?
«Scrivo la sceneggiatura, poi la registro facendo tutte le voci, compresa quella dell’Armadillo, su un videoboard molto grezzo che realizzo da solo e che consegno a Movimenti che me ne restituisce una versione migliorata. La differenza tra questa terza stagione e la prima è che inizialmente mettevo in scena solo cose che sapevo fare da me – e che potevano essere migliorate, certo, ma senza grandi interventi sul ritmo, sulle transizioni o sulla struttura –, adesso invece metto in scena alcune cose solo accennate, perché so che interverrà qualcuno a trasformarle».
Tornando alla trama, questa serie è diversa, più “gialla”, più cupa. Mi è sembrata anche “meno comica” rispetto alle altre.
«L’idea di partenza era quella di fare un noir. Ma non sono stato capace di fare davvero un noir, quindi alla fine il risultato è un miscuglio dei miei temi e del mio modo di raccontare, con giusto un accenno al noir. Il fatto che faccia meno ridere probabilmente dipende dal punto in cui mi trovo nella mia vita: ho meno voglia di fare cose che puntino soltanto alla comicità, per questo non ci sono sequenze di gag come in Strappare lungo i bordi: c’è una storia orizzontale dentro cui cerco comunque di inserire momenti divertenti».
Mi ha stupito che a un certo punto l’Armadillo alzi le mani e si arrenda alla tua fragilità.
«Mi piaceva l’idea che anche l’Armadillo, a un certo punto, si rendesse conto che il mio personaggio non riesce più a reggere certe situazioni con leggerezza».
Anche il rapporto tra amici appare meno disincantato.
«Per me questa serie parla anche della fine della retorica. Ho sempre creduto che le cose si risolvessero insieme, che nessuno si salvasse da solo. Però crescendo ti accorgi che esistono problemi che non si risolvono neanche stando tutti insieme, anzi che a volte non si risolvono proprio. Non sempre esiste un lieto fine o una formula per aggiustare tutto».
Netflix ha appoggiato tutte le tue scelte? Sappiamo quanto conti l’algoritmo…
«Netflix è intervenuta molto poco. Abbiamo fatto qualcosa sul montaggio, all’inizio la serie era pensata in sei episodi ma ci siamo accorti che funzionava meglio su otto, con puntate più brevi. Poi io tendo a fare molte digressioni e ogni tanto mi veniva fatto notare che rischiavano di allontanare lo spettatore dalla storia. Alcune le abbiamo tagliate, altre mi sembravano importanti e ho insistito per tenerle. Ma devo dire che non ci sono mai stati stravolgimenti del copione».
Chi pensi guarderà la serie?
«Non ho mai pensato al pubblico perché so che ad amare la prima stagione sono stati i giovani, ragazzini che stanno su TikTok, e che probabilmente ora si troveranno un po’ spiazzati. Però io non voglio fare cose per accontentare il pubblico, così come non voglio ripetere sempre la stessa formula. Ho 42 anni e i problemi che mi circondano oggi sono diversi rispetto a quelli raccontati in passato. Mi interessava che i personaggi crescessero insieme alle persone che li seguono, quelli che racconto io non sono personaggi come i Peanuts o i Simpson, sempre uguali a se stessi, ma sono persone che invecchiano. Se poi mi chiedi se la cosa mi spaventa la risposta è sì, ma è quello che sentivo di fare».
Come scegli cosa raccontare a fumetti e cosa in animazione?
«Dipende, con certe storie sono indeciso fino all’ultimo. Il filone più politico rimarrà sempre nei fumetti perché lì c’è maggiore libertà e meno controllo sui contenuti. Per il resto fumetto e animazione fanno parte dello stesso universo narrativo, quindi non esiste un criterio rigido che mi fa decidere come raccontare cosa».
Una cosa che preferisci del fumetto e una che preferisci dell’animazione?
«La stessa cosa, vista da due prospettive diverse. Del fumetto mi piace lavorare da solo, il fatto che non devo chiedere niente a nessuno, non devo rispettare tempi esterni e posso lavorare anche 15 ore al giorno. Dell’animazione, invece, mi piace il fatto di lavorare con altre persone e che alla fine il risultato mi sorprenda. Mentre nei fumetti so sempre esattamente cosa verrà fuori, nell’animazione, quando mi rimandano qualcosa realizzato da altri, spesso è una sorpresa».
Gli amici come reagiscono quando si vedono raccontati nelle tue storie?
«Di questa serie non sanno ancora nulla! Nella vita reale, per esempio, non è Cinghiale che mi ha rubato dei soldi… forse dovrei avvertirlo prima del 27 maggio. Però ho fatto vedere a mia mamma alcune scene che la riguardano, per evitarle sorprese. Detto questo sono ormai tutti abbastanza abituati a comparire nelle mie storie».
È vero che Secco è convinto di vantare dei diritti sul tuo successo per il fatto di comparire nei tuoi racconti?
«Certo…».
Anche in questa serie doppi tutti i protagonisti a eccezione dell’Armadillo. Com’è andata con Valerio Mastandrea?
«Mastandrea, invecchiando, diventa sempre più surreale. Quando arriva in sala doppiaggio spesso rivede scene che ha già doppiato e sembra non ricordarsene affatto… Va detto che l’Armadillo è diventato talmente suo che, anche se sono io a scrivergli le battute, poi lui in fase di doppiaggio le cambia, le accorcia, le allunga. L’Armadillo vive attraverso di lui».
Tu invece hai fatto un corso di dizione? Ti si capisce molto meglio!
«Proprio no, siete voi che vi siete abituati, io parlo sempre nella stessa maniera».
Parliamo di cani. Nella serie ce ne sono due, molto importanti. Tu hai preso un cane. Coincidenza?
«In realtà la serie è stata scritta prima dell’arrivo di Ziggy (così si chiama il cane di Zerocalcare, ndr), però ero già ossessionato dall’idea di volere un cane, e infatti comparivano spesso in quello che scrivevo all’epoca».
Come ti ha cambiato il suo arrivo?
«Mi ha salvato la vita. Quando l’ho preso stavo vivendo un momento molto buio, ero impantanato in un abisso, cosa che credo si percepisca anche nella serie, e lui mi ha aiutato a uscirne. Col suo arrivo sono cambiate le priorità, sono riuscito a prendere le distanze da certi meccanismi di lavoro, da certe situazioni di vita. Credo mi abbia sbloccato anche sul piano emotivo, avere una creatura che dipende totalmente da te è una cosa forte, e mi agita molto pensare al fatto che passerà tutta la sua vita con me, e con me morirà».
Alleggeriamo i toni: Ziggy te lo porti anche alle presentazioni… qual è il tuo rapporto con la fama?
«Pessimo. Se subito dopo il suo arrivo ho un po’ rallentato con viaggi e presentazioni ora sono tornato bello carico, e lo porto con me praticamente sempre. Della fama devo dire che la parte che preferisco è quella umana, delle persone che si avvicinano alle presentazioni, che mi parlano, si confidano. Mentre mi vivo malissimo tutto l’odio e l’orrore che esiste sui social e su internet. Ma devo ammettere che sto migliorando, se prima leggevo tutto e intervenivo sempre, ora invece mi sono dato il compito di non leggere niente. Ammetto di riuscirci una volta su dieci ma per lo meno non rispondo. I social ormai sono solo un concentrato di polemiche, tutto è polarizzato, tutto è polemica, tutto è odio».
Hai mai pensato a un lungometraggio animato?
«Vediamo che succede. All’inizio del mio percorso con l’animazione avevo pensato Strappare lungo i bordi come un unicum, poi è diventata una trilogia: la seconda stagione ha ampliato i temi e il mondo narrativo, questa terza, invece, chiude alcuni cerchi. A riguardare oggi la prima serie sembra che tante cose siano state seminate apposta. Questo non significa che non farò altro, potrebbe esserci un film, una nuova serie o qualcosa di completamente diverso».
Hai mai pensato di raccontare una storia senza di te, senza l’Armadillo e senza Rebibbia?
«Lo sto facendo a fumetti su La fine del mondo, la rivista del Manifesto. È la prima volta che provo a raccontare qualcosa del genere e mi diverte farlo, però non so ancora come verrà, perché è una storia a puntate e procede poco alla volta».
Per il futuro, stai già scrivendo qualcosa?
«Ci sono tante storie che vorrei raccontare, ma in questo momento ci sono anche molte cose da gestire e non riesco ancora a capire quali diventeranno davvero un progetto».
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