HUGH JACKMAN: «IL MIO LATO OSCURO»

Mr. Nice Guy ha indossato la maschera, e non è una maschera rassicurante. Hugh Jackman è australiano, ma in molti lo considerano l’interprete più completo d’America. Cantante e ballerino eccelso sul palco, dal fisico statuario e dal sorriso scintillante, si è creato un’identità popolare pure al cinema a colpi di artigli, diventando – con Wolverine – l’attore che ha interpretato più volte un eroe dei fumetti su grande schermo (sono già sei, e presto diventeranno sette). Se non bastasse, è sposato da 17 anni con la stessa donna, la collega Deborra-Lee Furness, con cui ha pure adottato due bambini. In Prisoners, però, si trasforma in un padre di famiglia disposto a tutto per ritrovare la figlioletta rapita. E quando diciamo “a tutto”, intendiamo menzogne, sequestro e tortura. Quasi una versione a stelle e strisce del borghese piccolo piccolo di monicelliana memoria.
Vederti in un ruolo come questo potrebbe spiazzare qualcuno.
«Le etichette sono la cosa peggiore per un attore. Mi considerano Mr. Nice Guy, ma in realtà sono capace di essere una persona molto poco “simpatica”».
Essere padre ti ha aiutato a immedesimarti?
«Forse ha aggiunto immediatezza a quello che facevo. Pensavo a un bambino che si trova in una situazione del genere. Loro sono innocenti, e fanno totale affidamento su di te. Istintivamente si chiedono perché non sei lì con loro, se li hai abbandonati… e questo ti fa impazzire».
C’è una scena, quella del martello, che è molto violenta, probabilmente la più violenta della tua carriera. È stata dura?
«Ti racconto un aneddoto a proposito. L’avevamo fatta varie volte e mi sembrava ok. Andavamo avanti da ore, ero distrutto e pensavo avessimo finito. Denis (Villeneuve, il regista, ndr) è venuto da me e mi ha detto: “Ho bisogno che tu vada fino in fondo”. Stavo crollando, ma la ripresa che abbiamo fatto dopo è quella che hai visto». […]

JAKE GYLLENHAAL: «NON LASCIO NIENTE AL CASO»

Prima di incontrare Jake Gyllenhaal ci imbattiamo nel regista di Prisoners, Denis Villeneuve, che con l’attore ha girato pochi mesi fa anche Enemy: «Non chiedetegli perché ha accettato di fare Prince of Persia – sussurra – ci resta malissimo: è una ferita ancora aperta». Come a dire che l’attore reso celebre dall’adolescente impacciato di Donnie Darko, prende molto sul serio quello che fa e, dopo qualche delusione, ora gestisce la sua carriera con estrema attenzione. Di sicuro sarà molto difficile che un giorno decida di rimpiangere Loki (!), il detective solitario e un po’ stralunato che interpreta in questo durissimo noir di periferia, simbolo di chi rispetta le regole in contrapposizione al padre disperato e violento di Hugh Jackman. Un ruolo e un film che lo rendono orgoglioso.
Dopo End of Watch hai scelto un altro poliziotto.
«È la ragione per cui all’inizio ho esitato un po’. Avevo fatto talmente tante ricerche per quel film, tra cui sei mesi fianco a fianco con veri poliziotti, che avevo voglia di sperimentare qualcosa di diverso».
Cosa ti ha fatto scegliere alla fine?
«Il fatto che c’è un bel conflitto tra due personaggi, il mio e quello di Hugh, che hanno entrambi ragione ed entrambi torto. Loki è affascinato dal killer ma vuole seguire le regole, e deve sospettare anche delle famiglie delle bambine. Allo stesso tempo non può non sentirsi in empatia con i genitori».
Il detective che interpreti ha un look particolare: molti tatuaggi e le camicie chiuse fino all’ultimo bottone. Come mai?
«L’idea è che abbia commesso qualche piccolo reato in gioventù di cui si vergogna; entra nella Polizia per crearsi una famiglia che non aveva. Quei tatuaggi non sono qualcosa da mostrare, ma da nascondere».

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(Foto: Getty Images)

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