Lo considerano tutti l’anticamera degli Oscar, e mai come quest’anno il Toronto International Film Festival – per gli amici semplicemente il TIFF – promette di confermare la sua fama. Dopo aver lanciato Argo e Il lato positivo nel 2012, la festa del cinema che ogni anno a inizio settembre va in scena sulle sponde del lago Ontario, ha stavolta tenuto a battesimo altri due dei titoli che partono favoriti nella corsa per le statuette che si concluderà la prossima primavera: 12 Years a Slave e Prisoners. Il primo ha vinto il Festival canadese per manifesta superiorità, visto che fin dalle prime proiezioni per stampa e pubblico si è avuta la sensazione che il film non avrebbe avuto rivali. A Toronto non esiste una giuria tecnica, composta di registi e attori: c’è il premio del pubblico, che è il più importante, e un riconoscimento della critica, più tradizionalmente festivaliero, ma anche assai meno prestigioso (due anni fa lo ha vinto Amelio con Il primo uomo, ma non se lo ricorda quasi nessuno). E 12 Years a Slave è un film fatto apposta per suscitare dibattiti ed emozioni forti tra la gente. Il suo autore, il britannico Steve McQueen, lo ha realizzato partendo da un romanzo autobiografico di Solomon Northup, un afroamericano di New York, uomo libero e talentuoso violinista, che nel 1841 venne sequestrato con l’inganno e venduto come schiavo in Louisiana, un business criminale all’epoca molto diffuso. Nei 12 anni che passarono prima della sua fortunosa liberazione, Northup ebbe due padroni: dapprima un pastore battista che lo trattava con rispetto e considerazione, quindi il terribile Edwin Epps, un costruttore ubriacone, morbosamente geloso dei suoi schiavi e abituato a frustarli a sangue quando non raccoglievano abbastanza cotone. Quanto il tema interessi al regista di Hunger e Shame si capisce dal modo in cui mette in scena la storia, senza i virtuosissimi registici che lo hanno reso celebre, come la corsa notturna di Fassbender o il primo piano insistito di Carey Mulligan che canta “New York New York”, in Shame. 12 Years a Slave è un film classico nel senso migliore del termine, quasi spielberghiano, con due sequenze di terrificante brutalità e moltissimi grandi attori che si mettono a disposizione in ruoli minori: da Paul Giamatti, che interpreta un mercante che tratta gli schiavi come bestiame, a Brad Pitt, nel ruolo del liberatore. I padroni di Northup hanno invece i volti di Benedict Cumberbatch e Michael Fassbender: quest’ultimo in particolare incarna una forma di razzismo particolarmente volgare, morbosa e contraddittoria, confermandosi disponibile a tutto quando lavora con McQueen. Che ha detto: «Mi interessava fare un film sulla schiavitù, perché esisteva un buco nella cinematografia che nessuno aveva mai davvero colmato. Immagini di quel periodo che non erano mai state mostrate. Il libro è arrivato dopo: era straordinario e mi sembrava incredibile che nessuno lo conoscesse, io per primo. Sapevo che dovevo trasformarlo in un film». 12 Years a Slave fa suonare più di un allarme Oscar: partono in pole position, insieme al film, il protagonista Chiwetel Ejiofor, la giovanissima Lupita Nyong’o (puntate qui i vostri soldi, se decideste di scommettere) e la sceneggiatura non originale di John Ridley.

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