Che Bret Easton Ellis (Meno di zero, American Psicho, Lunar Park) sia uno scrittore che sta lasciando un segno sulla letteratura americana, lo discutono in pochi. Quando però si parla di cinema, la questione è più complicata. Ellis ha scritto 6 romanzi e una raccolta di racconti (Acqua dal sole), e di questi 7 libri ben 4 sono già diventati film, cioè più del 50%. Il suo romanzo più controverso, American Psycho, si è trasformato nel più clamoroso fallimento cinematografico (affidare un romanzo così brutalmente misogino a una donna, probabilmente non è stata una grande idea), mentre l’unico che ha colto davvero l’essenza della sua scrittura è stato Roger Avary, con Le regole dell’attrazione. Almeno così pensavamo. Dopo aver visto The Canyons, tratto da uno script originale di Ellis – il primo – viene il dubbio che il film che meglio rispecchia le sue idee sia in realtà The Informers, tratto da Acqua dal sole. Entrambi dipingono la sua Los Angeles come una città pigra, crepuscolare, annoiata, in cerca di stordimento chimico e sessuale. A suo modo bella, di una bellezza decadente. Piena di sogni da quattro soldi, di rovine immobiliari, post-capitalistica.

Tutto questo però ha poco a che fare con le ragioni per cui The Canyons è stato invitato alla Mostra del Cinema di Venezia. Ovvero omaggiare il suo regista, Paul Schrader (American Gigolò, Affliction), che al Lido presiede la giuria di Orizzonti. E soprattutto garantirsi un red carpet con il porno-divo James Deen e con la chiacchieratissima quasi-diva Lindsay Lohanche però, appena uscita dall’ennesimo rehab, ha dato buca.
Il film, che negli Usa circola già in VOD dal 2 agosto scorso – praticamente senza aver toccato le sale – racconta la gelosia di Christian (Deen), un piccolo produttore figlio di papà, per la compagna Tara (Lohan), ex-attrice ed ex-modella che ormai si accontenta di campare di rendita. I due vivono in una villa in collina, e passano le serate organizzando festini a luci rosse e scambi di coppia. Fino a che Christian non annusa aria di tradimento “non autorizzato”, e si mette a pedinare Tara, dando progressivi segnali di squilibrio psicotico (c’è pure di mezzo uno psichiatra interpretato da Gus Van Sant).

Dietro questa storia di corna e piccole trasgressioni, c’è un discorso sullo sfinimento in cui versa l’industria cinematografica della città (dell’esodo di talenti da Hollywood ne abbiamo parlato proprio nei giorni scorsi), un circolo di ricchi deficienti che producono immondizia straight to video gironzolando sulle macerie di un immaginario (i titoli di testa mostrano una carrellata di sale cittadine in rovina).
Capitolo scandali: dopo Gerontophilia, chi si aspettava immagini forti resterà nuovamente deluso. Il film è fin troppo composto, e cova dall’inizio alla fine la minaccia di una deflagrazione sessuale e omicida che è più che altro dovuta alla fama di James Deen e del tipo di pornografia a cui è associato – per chi la conosce. In realtà tutto si riduce a un paio di topless della Lohan, a un menage a 4 in cui Tara forza Christian a un rapporto omosessuale (sulle cui chiavi di lettura psicanalitiche all’interno del racconto non osiamo addentrarci) e (SPOILER) a un omicidio fuori campo (FINE SPOILER).
C’è però, questo sì, un gioco di specchi interessante tra attori e personaggi: tra la storia personale della Lohan, ben evidente sul suo volto gonfio e segnato, e quella del suo personaggio, e tra l’immagine a luci rosse di Deen e le pulsioni del suo Christian.

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