Un velo di nebbia sospesa corre a pelo dell’acqua. Lastre di ghiaccio spezzato si muovono appena nell’atmosfera spettrale. Le case, deserte, sembrano abbandonate un attimo fa, stracolme d’oggetti di uso quotidiano, e quasi ci si stupisce di non avvistare una minestra lasciata a bollire sul fuoco, insieme ai pesci appesi a essiccare. Il silenzio è irreale, almeno quanto la gigantesca parete verde che circonda il villaggio. «Attenti a dove mettete i piedi» sogghigna Dan Hennah, il production designer premio Oscar, mentre percorriamo circospetti i ponticelli sospesi e i vicoli stretti sulle palafitte di Laketown (Pontelagolungo nella versione italiana).

Gli ultimi giorni della Terra di Mezzo
Siamo all’interno di un enorme hangar negli apparentemente sconfinati Stone Street Studios di Wellington, Nuova Zelanda, in cui si stanno effettuando le ultime riprese della trilogia di Lo Hobbit, ed è una di quelle occasioni in cui la frase «sembra di stare in un film» suona più vero del vero. «Tra qualche giorno smontiamo tutto» aggiunge Hennah, ed è così che ci si accorge, con una dolorosa punta di malinconia, che un viaggio dalle proporzioni realmente epiche è arrivato alla fine. La quantità di particolari apparecchiata fin negli angoli più nascosti del set toglie il fiato: non fosse per il green screen e per il soffitto buio, là in alto, nessuno dubiterebbe per un istante di trovarsi veramente nella Terra di Mezzo. Ed è quest’impressionante sensazione di autenticità una delle chiavi del successo dei film di Peter Jackson, una delle ragioni per cui Il signore degli anelli prima e Lo Hobbit poi si sono trasformati da progetto sconsideratamente folle in scommessa stravinta, e per giunta rivoluzionaria per la storia del cinema.

Una storia lunga vent’anni
«20 ore al giorno… 15 anni di Tolkien… 771 giorni di riprese…» ha scritto Peter Jackson sulla sua pagina Facebook durante l’estate del 2013, quando ha richiamato nel mezzo dell’Oceania il cast e la crew di Lo Hobbit per girare ulteriori scene dopo aver deciso di allungare il dittico a trilogia (e noi siamo stati invitati a curiosare in esclusiva per l’Italia). In quei puntini di sospensione si annida la nostalgia ineludibile per un’avventura appassionante e straordinaria, densa di colpi di scena, imprevisti, timori, speranze, svolte inaspettate, travolgenti successi, ora sul punto di concludersi per sempre. Il prologo della storia risale addirittura al 1995, quasi 20 anni fa, quando Jackson e la moglie Fran Walsh si mettono per la prima volta al lavoro su un adattamento da Tolkien, un’opera in tre parti che avrebbe dovuto comprendere sia Lo Hobbit sia Il signore degli anelli. Ma è nel 1998 che iniziano a muovere concretamente i primi passi, soprattutto perché la New Line Cinema accetta di finanziare un esperimento (quasi) senza precedenti, acconsentendo a girare simultaneamente tre film per poi distribuirli a un anno di distanza l’uno dall’altro, senza aspettare di conoscere i riscontri al botteghino. In tempi di Hunger Games e di Marvel Cinematic Universe la modalità pare scontata, ma se oggi possiamo immergerci in un grande schermo ricco di mondi fantastici, stratificati e complessi, il merito è di Jackson e Walsh, in grado non solo di adattare un materiale pachidermico e sfuggente (prima di loro ci avevano provato Ralph Bakshi, John Boorman e perfino i Beatles, ventilando addirittura un coinvolgimento di Stanley Kubrick!), ma di macinare record d’incassi e di riconoscimenti lungo la strada, aprendo la frequentazione di ampi territori fantasy ai blockbuster a venire. […]

 

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Leggi anche l’intervista al regista, Peter Jackson, a Bilbo, Martin Freeman, e a Gandalf, Ian McKellen.

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