UPDATE 1/12/2010:
«Mi piaceva l’idea di avere Monicelli nel mio film, mi sembrava una specie di “benedizione” e così glielo proposi. Presi un appuntamento, andai a casa sua ed emozionatissimo ci arrivai con circa 45 minuti di anticipo. Mi ero preparato a memoria un discorso lunghissimo per convincerlo, m’interruppe subito dopo 20 secondi chiedendomi: “ma sei sicuro che mi riesca? Io non sono tanto bravo come attore”. E’ tipico dei grandissimi un’umiltà che spiazza». Così Leonardo Pieraccioni ricorda la collaborazione con Mario Monicelli per Il ciclone, film con il quale il maestro ci ha regalato uno dei suoi cameo da attore, dando la voce al personaggio di Gino.

Ecco una clip de Il ciclone, dove si sente la voce di Gino/Monicelli:

Pieraccioni incontrò Monicelli circa 15 anni fa, come lui stesso racconta: «Lo avevo conosciuto alla festa dei suoi 80 anni a Viareggio. Fu una coincidenza fortunata perché l’indomani avrei iniziato il mio primo film I Laureati, che poi per una parte girai anche a Viareggio. Sono stato un suo ammiratore come tutti. Ho imparato a memoria i primi due Amici miei, considerandoli dei capolavori assoluti per quanti riguarda le sceneggiature e la direzione degli attori, che era impeccabile. Per il cinema italiano ha rappresentato e rappresenta insieme a Germi, Scola, Risi, la punta più alta della commedia. Lui poi era toscano e i toscani hanno una visione sempre poco “frontale” della vita: tendono a smussare gli angoli sempre. Hanno un giocoso cinismo che fa filtrare loro anche gli argomenti più seri e tragici. Amici miei in questo è stato supremo: un gruppo di amici che hanno paura della morte e per questo decidono di prolungare all’infinito il “cazzeggio” tipico della gioventù: meraviglioso! Con quel finale geniale, dove durante il funerale del Perozzi le risate si mischiano a un finto pianto così che il divertimento e il dolore siano tutt’uno».

«Mario è stato un grande italiano. Un uomo enorme, dal punto di vista morale, artistico e civile. Di fronte alla sua fine siamo rimasti tutti sorpresi e addolorati… Essendo un malato terminale, non ha voluto aspettare la morte e ha fatto il grande salto». Questi i primi commenti del celebre attore e regista Michele Placido (Vallanzasca – Gli angeli del male, con protagonista Kim Rossi Stuart) sulla tragica scomparsa di Mario Monicelli (guarda le clip di alcuni dei suoi capolavori). Il maestro incrociò il cammino del giovane Placido agli inizi della sua carriera, quando girò Romanzo popolare nel 1974. «In qualche modo Monicelli mi ha lanciato. Gli sono grato – prosegue Placido -. Non si è mai dato “arie da autore”: ci ha dato grandi lezioni di umiltà… Non amava i cialtroni e me lo diceva, quando lo incontravo: “Non fare il cialtrone”». Tra i film di Monicelli, che Placido ha ricordato su tutti c’è La grande guerra, «il suo film più importante per la nostra cinematografia… una pellicola sulla vigliaccheria e al contempo sul coraggio degli italiani». L’attore/regista sul podio della filmografia di Monicelli mette poi I compagni «un grande film sociale, seppur realizzato con toni leggeri» e I soliti ignoti: «Inizia con una morte violenta e poi racconta la storia di un Paese attraverso un gruppo di mascalzoni».

Ecco una clip di Romanzo popolare:

Un caloroso ricordo di Monicelli traspare anche dalle parole di un altro noto autore italiano, Pupi Avati, che per alcuni anni fu suo vicino di casa in via Del Babbuino a Roma. «L’ho conosciuto molto bene e l’ho frequentato per gran parte della mia vita. E’ stato il primo e unico regista che mi aiutò con il mio primo film nel 1968. Fu il solo a cui piacque il mio lavoro. Mi fu molto vicino. Era molto schivo, ma per me si spese molto. Siamo stati molto unite e soprattutto le nostre famiglie si sono volute bene: le nostre figlie hanno fatto gli stessi studi, hanno intrapreso la stessa carriera… Anche se io e lui siamo sempre stati molto diversi. Aveva principi assoluti. Il suo rigore di vita era quasi spartano… cosa che invece io non riesco a praticare granché. Tra le altre cose, ci ha accumunato anche una dolorosa coincidenza. Anni fa lui ebbe un grave incidente automobilistico e finì in ospedale con 17/18 fratture. Lo stesso giorno io ebbi un infarto… Così ci ritrovammo porta a porta al Gemelli. Ci stavamo vicini, augurandoci a vicenda di poter tornare a lavorare presto… In quell’occasione ci siamo detti molte cose, al di là del lavoro e del mondo che c’era fuori… come puri esseri umani».

Ci sono poi altri esponenti del mondo del cinema che seppure non abbiano mai conosciuto personalmente Monicelli, in qualche modo, hanno incrociato con lui il proprio cammino. Come è accaduto a Fausto Brizzi (Maschi contro femmine), al lavoro sul prequel di Amici miei. «Io non l’ho mai conosciuto di persona, ma è come se lo avessi fatto perché mi sono nutrito dei suoi film. La sua morte mi ha molto amareggiato perché… beh avercene come lui! In questa Italia geriatrica, lui era un over 90 che aveva un’energia che forse io non avrò mai. E’ curioso come sia mancato proprio appena dopo la conclusione del Monte-Carlo Film Festival “de la Comédie”, di cui era Presidente ad honorem del Comitato Artistico… E’ come se non avesse voluto turbare la commedia… Tra i film di Monicelli che ho amato di più c’è Speriamo che sia femmina».

Anche il comico Vincenzo Salemme (A Natale mi sposo), lo ricorda con affetto e ammirazione: «Sono veramente dispiaciuto per la sua morte. I suoi film sono davvero tra i più belli di tutto il cinema italiano. Sia a livello artistico che umano era coraggioso e ammirevole». Mentre il collega Antonio Albanese ( Qualunquemente) ha condiviso queste parole con noi: «Ho conosciuto Mario Monicelli solo in occasioni comuni, con altra gente di spettacolo, ma ho sempre avuto grande ammirazione per lui, perché era un regista che ha sempre avuto il coraggio di fare un cinema per tutti. I suoi film erano sinceri, la gente si riconosceva guardandoli. C’era un grande rispetto nel suo lavoro e anche una grande originalità. Uno dei miei film preferiti, in assoluto, è Un borghese piccolo piccolo perché, al di là della tematica, c’era un modo di raccontare veramente straordinario, unico. Direi che è un perfetto pulp all’italiana»

E il mondo del cinema saluta, infine, Monicelli con il ricordo del press-agent italiano più famoso, Enrico Lucherini: «Era una persona semplice, non era minimamente presuntuoso. Non era il regista che fa l’isterico sul set: è vero, lui voleva la perfezione dai suoi attori, ma non alzava mai la voce, faceva loro provare la scena diverse volte prima di girare. Quando lo incontrai, lui aveva già fatto i film con Totò, l’ho incontrato in occasione de La ragazza con la pistola e con lui ho lavorato anche per i due Brancaleone: ricordo che quando uscì il primo non riuscivamo a immaginarci come avrebbe reagito il pubblico di fronte al linguaggio inventato da Mario e Age e Scarpelli… L’ultima volta l’ho sentito prima dell’estate: mi ha detto che non vedeva più molto bene… Forse non riusciva più a divertirsi, a guardare un film, a leggere… credo non volesse finire completamente debilitato…»

(Foto Kikapress)

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