La nuova Top 10 di Netflix in Italia racconta una settimana molto movimentata, fatta soprattutto di ingressi freschi e di pochi ritorni capaci di resistere all’inerzia delle novità. Tra film e serie ci sono diversi titoli appena arrivati che hanno subito trovato spazio nelle classifiche, dal thriller al documentario sportivo, passando per il drama in costume e prodotti più scopertamente popolari costruiti per attirare l’attenzione al primo colpo.
In mezzo a questo ricambio quasi totale, soltanto The Cleaning Lady e Non abbiam bisogno di parole erano già presenti anche nella lista della scorsa settimana: due permanenze che meritano di essere sottolineate, anche perché aiutano a capire quali titoli stiano mostrando un minimo di tenuta oltre l’effetto novità. Anche questa volta, allora, l’idea è la stessa: guardare i titoli più visti del momento e provare a capire quanto valgano davvero, tra punti di forza, limiti e voglia di premere play.
I 5 film più visti di Netflix
180 – 5,5/10
Alla base di 180 c’è una premessa brutale: un padre precipita in una spirale di vendetta dopo che un incidente lascia il figlio in fin di vita. È il classico thriller che punta tutto sulla tensione immediata e sulla rabbia del protagonista, senza perdere troppo tempo in deviazioni. La storia si muove così dentro un terreno riconoscibile, quello della giustizia personale e dell’ossessione, cercando di tenere alta la pressione dall’inizio alla fine. Il problema è che il film si affida quasi sempre all’urgenza del concept senza riuscire davvero a trasformarla in qualcosa di più denso. L’atmosfera funziona, il tono resta cupo quanto basta e in alcuni momenti la regia sa costruire un buon nervosismo, ma il personaggio principale finisce per muoversi secondo logiche troppo meccaniche e la scrittura non sempre riesce a rendere credibili le sue scelte. È uno di quei titoli che si lasciano guardare per l’energia con cui partono, ma che tendono a sgonfiarsi quando dovrebbero approfondire davvero le conseguenze emotive della loro premessa.
Thrash – Furia dall’oceano – 4,5/10
Con Thrash – Furia dall’oceano siamo dalle parti del disaster movie più apertamente esagerato: un uragano travolge una città costiera e insieme all’acqua arrivano anche squali pronti a trasformare l’emergenza in massacro. Il film non prova neppure a nascondere la propria natura e si presenta per quello che è, cioè un B-movie catastrofico che cerca il divertimento nell’assurdo, nella tensione elementare e in una certa compiaciuta follia da creature feature. Questa sfacciataggine, in parte, è anche il suo pregio. Quando accetta fino in fondo la sua anima trash, il film riesce perfino a strappare qualche sorriso e a mantenere un ritmo decoroso. Il guaio è che il piacere del nonsense non basta sempre a reggere tutto il resto: i personaggi sono deboli, i passaggi drammatici non hanno vero peso e l’impressione è che il film si accontenti troppo presto dell’idea iniziale. Rimane un titolo da guardare solo sapendo bene che tipo di esperienza offre, più vicino al guilty pleasure che a un intrattenimento davvero riuscito.
Non abbiam bisogno di parole – 6,5/10
Eletta è una ragazza udente in una famiglia di persone sorde, composta dai genitori e dal fratello, e per questo è cresciuta come tramite costante tra la sua casa e il mondo esterno. È lei a mediare con clienti, medici e interlocutori, mentre dentro di sé coltiva una vocazione per il canto che la spinge verso un altrove possibile. Non abbiam bisogno di parole, remake del film francese La famiglia Bélier che a sua volta ha ispirato il vincitore dell’Oscar CODA, trova la sua parte migliore proprio in questo equilibrio tra responsabilità familiare e desiderio personale, e quando resta vicino alla protagonista riesce a essere delicato e credibile. Dove si indebolisce è nella costruzione molto riconoscibile del racconto, che segue una traiettoria emotiva piuttosto prevedibile. Alcuni passaggi arrivano esattamente dove ci si aspetta che arrivino e il film non ha la forza di reinventare davvero un impianto già molto noto. Resta però un titolo sentito, più forte nei dettagli umani che nell’originalità dell’insieme, capace di funzionare proprio quando abbassa la voce e lascia spazio ai rapporti, alle esitazioni e a quel conflitto intimo tra affetto e autodeterminazione.
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Reign Over Me – 6,5/10
Reign Over Me porta in classifica un titolo molto diverso dagli altri, più vecchio ma ancora capace di colpire per il modo in cui affronta il dolore e il lutto. La storia è quella di un uomo devastato dalla perdita della famiglia, che ritrova un vecchio amico e comincia lentamente a riaprire un contatto con il mondo. Il film costruisce tutto sul rapporto tra i due personaggi e sul tentativo, fragile e spesso doloroso, di trovare un linguaggio possibile per la sofferenza. La sua forza resta soprattutto nelle interpretazioni, perché Adam Sandler e Don Cheadle danno al film una sincerità che in più di un punto supera anche le rigidità della sceneggiatura. Dove il racconto convince meno è nel modo in cui alterna pudore e sentimentalismo, con qualche momento che insiste troppo sul pathos e rende più evidente la costruzione. Ma quando riesce a essere semplice, a non spiegare tutto e a fidarsi dei suoi attori, Reign Over Me resta un dramma solido, imperfetto ma autentico.
Roommates – 6/10
Roommates parte da una situazione molto familiare: una matricola ingenua si ritrova a convivere con una coinquilina molto più spregiudicata, e quella che sembra l’inizio di un’amicizia si trasforma poco a poco in una relazione tossica fatta di ripicche, attriti e guerra psicologica. Il film lavora proprio su questa dinamica, cercando di osservare il modo in cui la convivenza può far saltare gli equilibri, amplificare le insicurezze e trasformare piccole tensioni in scontro aperto. Ha il merito di non limitarsi alla teen comedy più innocua e di provare a sporcare i rapporti con una cattiveria più interessante del previsto. Le due protagoniste reggono bene il centro del racconto e in alcuni momenti il film sa trovare un tono graffiante. Allo stesso tempo, non sempre riesce a dare alla storia una vera progressione e qua e là resta la sensazione di un’idea migliore della sua esecuzione. Piace per il modo in cui osserva le relazioni sbilenche, meno per la compattezza con cui le porta fino in fondo.
Le 5 serie più viste della settimana
La legge di Lidia Poët – 7,5/10
La legge di Lidia Poët continua a confermarsi uno dei titoli italiani più spendibili di Netflix, grazie a una formula che tiene insieme il period drama, il procedural e il racconto di emancipazione. Ambientata nella Torino di fine Ottocento, segue Lidia mentre prova a esercitare il mestiere di avvocata in un mondo che glielo nega, ritrovandosi intanto a indagare su casi di omicidio e misteri di varia natura. La serie ha il vantaggio di rendere subito chiaro il proprio gioco e di muoversi dentro coordinate molto leggibili. Il suo pregio principale sta nell’equilibrio: l’ambientazione è curata senza farsi monumentale, la protagonista ha energia e presenza scenica, e il racconto sa essere pop senza diventare superficiale. Naturalmente non tutto ha la stessa forza: alcuni casi sono più funzionali che memorabili e la serie tende a preferire la scorrevolezza all’approfondimento. Ma proprio in questa leggerezza ben controllata trova la sua identità, risultando una visione gradevole, elegante e più solida di quanto il formato possa far pensare.
WrestleMania Vegas – 6,5/10
Più che una serie tradizionale, WrestleMania Vegas è il grande evento-spettacolo con cui la WWE porta su Netflix il suo appuntamento più riconoscibile: due serate live dall’Allegiant Stadium di Las Vegas, costruite attorno ai match di cartello, ai ritorni, alle rivalità portate a ebollizione e a tutto quel linguaggio iperbolico che da sempre definisce il marchio. In Italia fa ancora più effetto perché l’approdo sulla piattaforma trasforma WrestleMania in un titolo da classifica generalista, capace di intercettare non solo gli appassionati abituali ma anche chi viene attirato dall’idea del grande show-evento.
Ronaldinho: L’inimitabile – 5,5/10
Ronaldinho: L’inimitabile si affida a uno dei personaggi più magnetici del calcio contemporaneo per costruire un racconto che mescola ascesa sportiva, talento puro e dimensione mitica del campione. La docuserie ripercorre il suo percorso dalle origini in Brasile fino alla consacrazione internazionale, insistendo sullo stupore che ha sempre accompagnato il suo modo di stare in campo: non solo vincere, ma farlo con una gioia e una libertà che lo hanno reso un’icona. Il limite di prodotti del genere è sempre lo stesso, e anche qui si sente: quando il materiale d’archivio e il carisma del protagonista bastano, tutto fila; quando invece servirebbe scavare di più, il racconto tende a fermarsi un passo prima. Resta comunque un titolo godibile, soprattutto per chi ha un legame affettivo con quel calcio e con quella stagione, più efficace come celebrazione di un mito che come ritratto davvero definitivo.
Profilo falso – 5/10
In Profilo falso il motore narrativo è quello del thriller erotico costruito intorno all’inganno: una donna incontra online l’uomo che sembra perfetto, ma la relazione si trasforma presto in una rete di bugie, identità manipolate e pericoli sempre più evidenti. La serie punta tutto sulla seduzione del mistero e sul piacere del colpo di scena, con un’idea molto chiara di ciò che vuole offrire: tensione rapida, sensualità, eccesso e dipendenza da un episodio all’altro. Da questo punto di vista, mantiene la promessa. Il problema è che spesso il gusto per l’effetto immediato prende il sopravvento sulla credibilità, e il racconto finisce per accumulare svolte più rumorose che davvero efficaci. La si guarda con facilità proprio perché è spinta, sfacciata e poco incline a rallentare, ma allo stesso tempo lascia la sensazione di un titolo più furbo che davvero incisivo. Funziona come binge compulsivo, meno come thriller capace di restare.
The Cleaning Lady – 6,5/10
La serie ruota attorno a una donna con una formazione medica che, dopo aver assistito all’uccisione di un informatore dell’FBI da parte di un’organizzazione criminale, finisce costretta a lavorare per quel mondo come “cleaner”, mentre le forze federali provano a usarla come informatrice. La tensione nasce tutta da questa posizione impossibile, perché la protagonista è sempre sospesa tra sopravvivenza, ricatto e bisogno di proteggere ciò che le resta. La serie funziona quando insiste su questa pressione costante e sul logoramento del personaggio, mentre perde qualcosa quando si affida a svolte più convenzionali da crime drama televisivo. Il coinvolgimento resta comunque buono e The Cleaning Lady conserva una sua affidabilità, anche senza trovare davvero uno scatto capace di portarla su un livello superiore. È un titolo solido, più costante che sorprendente, e non stupisce che sia uno dei pochissimi ad aver mantenuto un posto anche rispetto alla settimana scorsa.
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