Quando si incontrano attori di fama mondiale, spesso si parte con un pregiudizio: li immaginiamo già sfiniti, ancor prima di cominciare a parlare con la stampa, annoiati da se stessi e dagli altri, impazienti e stanchi. Eppure, quando ci sono stile, classe e mestiere, il discorso cambia. Alla presentazione di Fury saltano subito all’occhio le differenze tra due membri del cast. Da un lato l’ex blockbuster boy Shia LaBeouf, che sorride in maniera plateale e forzata, rispondendo quasi a monosillabi, tanto da risultare indisponente e sufficientemente antipatico. Dall’altro Brad Pitt, l’attore nominato tre volte all’Oscar che da più di vent’anni continua ad attirare l’attenzione dei maggiori filmmaker per un talento indiscutibile che, oltre ad un oggettivo sex appeal, lo ha reso una delle più importanti star del firmamento hollywoodiano. Nonostante sia nel pieno di uno stressante tour europeo per la promozione del film, è sempre gentile e pacato, e riesce a mettere a proprio agio persino il più intimorito degli interlocutori.

Best Movie: C’è una scena di Fury in cui ve le date di santa ragione: chi è quello che colpisce più forte tra voi?
Brad Pitt: «Be’, dipende: Shia ha un sinistro niente male ed è bene tenersi alla larga, ma il vero boxeur del gruppo è Jon Bernthal. Se si avvicina sei finito. David Ayer ci ha fatto combattere tra noi durante le riprese per farci acquisire confidenza gli uni con gli altri».

BM: Sappiamo che prima di iniziare le riprese avete partecipato a un campo d’addestramento. Com’è andata?
BP: «Mi ha colpito il modo in cui ogni cosa era stata concepita per farci crollare. Ad esempio ci tenevano al freddo, costantemente bagnati, e ci davano quindici minuti di pausa tra un allenamento e l’altro; pausa che, se non rispettata, comportava ulteriori fatiche e sfinimento. Non ci fermavamo mai: sveglia alle cinque del mattino, turni di notte. Abbiamo naturalmente imparato a muoverci sui carrarmati, perché salire e scendere non è affatto facile e richiede tempo e familiarità. Il campo era stato programmato per insegnarci a lavorare insieme, come una vera squadra».

BM: A parte la fatica è andato sempre tutto liscio?
BP: «La seconda notte la tenda in cui dormivamo è collassata completamente a causa della pioggia, ma ci siamo comportati come veri soldati e l’abbiamo rimessa in piedi».

BM: In base a cosa scegli i progetti a cui prendi parte?
BP: «Quello che è fondamentale per me è che i registi con cui lavoro abbiano una loro voce e un’unicità che li contraddistingue. Se non sanno cosa raccontare attraverso la storia che mi stanno proponendo, allora per me non c’è alcun interesse a portare avanti una conversazione. Ho delle opinioni molto forti su cosa è giusto e cosa non lo è. In questo caso ho creduto molto nel talento di David (Ayer, ndr), che apporta sempre qualcosa di originale. Si capiva che aveva stoffa da vendere già guardando End of Watch – Tolleranza zero. Sono un attore molto istintivo e, quando ho la sensazione di avere davanti qualcosa di vero e autentico, mi lascio coinvolgere». […]

 

Leggi l’intervista completa su Best Movie di gennaio, in edicola dal 23 dicembre.

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(foto: Getty Images)

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