Wilde. Salomè. Al Pacino. E Jessica Chastain (la moglie fedele di Tree of life e Take Shelter).
Sono i quattro ingredienti fondamentali del semi-documentario teatrale presentato da Al Pacino fuori concorso qui a Venezia: Wilde Salomè, appunto.

“Wilde”, e non “Wild”, anche se l’aggettivo sarebbe calzato a pennello al trattamento che l’attore e regista americano ha riservato al personaggio biblico (la sua vicenda è narrata nel Vangelo di Marco) in questo film, a metà strada tra ripresa filmata di uno spettacolo teatrale, ricerca sulla figura di Oscar Wilde (che tradusse l’episodio evangelico nella pièce), e celebrazione del mestiere d’attore: in senso lato, e soprattutto in senso autobiografico.
Pacino decide di mettere in scena a Los Angeles (“Così posso passare la giornata con i miei nipoti, e salire sul palco la sera”) una mise en espace (cioè una versione teatralmente “grezza”, a metà strada tra lettura drammatizzata e recita vera e propria) della Salomè di Wilde, storia della passione respinta della figliastra d’Erode, governatore della Giudea, per Giovanni Battista, un rifiuto che costerà al Battista la vita.

Lusingata e blandita dal patrigno, che cova per lei una feroce attrazione sessuale, Salomè (la Chastain) si concede a un ballo sfrenato, che la lascia nuda e ansimante, per convincere Erode a consegnarle la testa del Battista sul proverbiale piatto d’argento. Ed Erode (interpretato dallo stesso regista), suo malgrado, alla fine cede.
Alla faccia dello sbandierato nudo di Monica Bellucci nel film di Garrell, e delle tematiche scabrose di Shame, la danza della Chastain sotto gli occhi di Pacino è di gran lunga la sequenza più erotica vista al Festival: occhi neri come la pece, pelle eburnea e capelli color fuoco, la sua Salomè più che da una piéce di Wilde sembra uscita dall’inferno.

Intorno a questa sequenza-cardine, si alternano le immagini dei viaggi di Pacino sulle tracce della vita di Wilde, brani dei suoi libri recitati fuori campo, le prove dello spettacolo teatrale, e un intero mosaico di tessere della vita privata dell’attore/regista stesso, tra tramezzini sbocconcellati in pausa, ansie produttive (“non riusciremo mai a finire in tempo, non dovevo fare il film assieme alle recite”), scaramanzie da camerino, infinite vanità da primadonna (ma ben camuffate dall’autoironia) e pure trovate di genio (“preghiamo i signori spettatori di tenere il cellulare acceso durante lo show, perché se vi potete permettere i biglietti dovete essere per forza medici o dentisti, e se c’è qualche emergenza è il caso che rispondiate”).
Su tutto, domina la parola, che lisciata, levigata, lusingata, scomposta, ricomposta, imbellettata dalla dizione sovrumana di Pacino, diventa una specie di fiume in piena in cui, se non si annega, si raggiunge facilmente l’estasi.

Un film/non film, che insegna tutto e niente, che fornisce informazioni e poi te le fa dimenticare, ed è in ultima analisi soprattutto un irresistibile baccanale per amanti del teatro, e della recitazione in genere. Con in più quella sequenza di ballo…

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