Innanzitutto, l’inessenziale: Carla Bruni c’è (nel film, non qui sulla Croisette, forse a causa della chiacchierata gravidanza), interpreta una guida del Museo Rodin e compare in tre scene (due al museo, una su una panchina davanti a Notre Dame) per un totale di 3 minuti scarsi. Non bacia nessuno, litiga con Michael Sheen (che interpreta un borioso intellettuale inglese) e regge la poca ribalta che le compete con indiscutibile grazia. Woody Allen racconta di aver pensato al suo ruolo durante una colazione con il presidente  francese: “Ero ospite di Sarkozy, e avevo notato che Carla ha una grazia ed un’eleganza innate.  Così le ho chiesto di interpretare un piccolo ruolo, qualcosa che non le avrebbe portato via più di qualche giorno. È stato tutto molto semplice, è un’attrice naturale”.
Carla Bruni, in realtà, è soltanto uno dei tre pilastri della francesità attorno a cui ruota Midnight in Paris – il film che apre ufficialmente l’edizione 2011 del Festival di Cannes – e, nell’economia del film, è anche il meno importante.  Gli altri due sono Marillon Cotillard, che interpreta una donna degli anni Venti di cui il protagonista Gil (Owen Wilson) si innamora durante uno dei suoi viaggi nel passato, e soprattutto la capitale francese. “Il mio modo di lavorare non cambia, che si tratti di New York o Parigi” ha spiegato Allen in conferenza stampa, “in entrambi i casi non mi interessa fornire una visione realistica della città, quanto piuttosto una emotiva. Per esempio  a me piacciono moltissimo le città sotto la pioggia e i primi giorni di lavorazione, quando abbiamo fatto alcune riprese per il montaggio che apre il film, siamo stati fortunati perché ci sono state delle magnifiche giornate piovose, che infatti poi ho usato”. Midnight in Paris (che vi abbiamo raccontato in anteprima) inizia infatti, ancor prima dei titoli di testa, con una sequenza di circa cinque minuti in cui la città viene raccontata attraverso una serie di “cartoline in movimento”, accompagnate da un sottofondo di musica jazz. Un omaggio alla capitale, fatto di vedute di grande effetto dei suoi monumenti più celebri (l’Arco di Trionfo, la Tour Eiffel, Place de la Concorde, l’Operà, Montmartre, …), che serve a far ambientare immediatamente lo spettatore, e soprattutto a comunicargli il modo romantico in cui il protagonista del film – Gil (Owen Wilson) – percepisce la città. Ed è proprio l’attore americano, tante volte visto al fianco di Ben Stiller in commedie di cassetta (da Zoolander a Una notte al museo) a fare in questo caso da alter ego a Woody Allen, che spiega: “Volevo qualcuno che fosse il mio esatto opposto, per rendere la storia più interessante e suggestiva. Io sono il tipo newyorkese, di città, da salotto. Lui invece ha quest’aria ‘West Coast’, giovane, sportiva, lo definirei un tipo da spiaggia…’”. Nonostante la differenza d’età e fisico, tuttavia, nel personaggio di Wilson sono molto evidenti i tic di Allen, la sua insofferenza per  la superficialità consumista della borghesia (rappresentata dai suoceri del protagonista), ma anche quella per lo snobismo culturale degli intellettuali (vedi il pedante esperto d’arte interpretato da Michael Sheen).

Wilson+Allen+McAdams Press Conference
Owen Wilson, Woody Allen e Rachel McAdams alla conferenza stampa

Il resto, come detto, è Parigi: rappresentata tra presente e passato, luogo del desiderio e della fantasia, patria elettiva per tanti grandi artisti della prima metà del Novecento. Artisti che sono ritratti con affetto, per il puro piacere del gioco intellettuale, quando  Gil viaggia indietro nel tempo e li conosce di persona: e così Hemingway è un uomo energico, vitale e facile agli aforismi (“un uomo che ha paura di morire non può essere un buon amante”, “non chiedere mai un parere sui tuoi libri a un altro scrittore, perché gli scrittori sono competitivi”), Dalì un signore eccentrico che sgrana gli occhi mentre a tavola immagina “rinoceronti!” che finiranno nei suoi quadri, e Bunuel un regista alle prime armi che – quando Gil gli suggerisce quello che poi diverrà il soggetto de L’angelo sterminatore – resta perplesso ritenendolo piuttosto assurdo.  “Non volevo certo fare ritratti di valore storico o particolarmente profondi, mi interessava piuttosto l’effetto comico”, dice Allen, che aggiunge di considerarsi un regista di talento, ma non un’artista, come Fellini, Bergman o Kurosawa. E che, proprio in chiusura di conferenza stampa, dedica un implicito omaggio a Bernardo Bertolucci, che riceverà tra poche ore la Palma d’Oro alla carriera. Dicendo di aver notato per la prima volta il lavoro del direttore della fotografia Darius Khondji, con cui collabora anche in questo film, in un bellissimo film degli anni ’90: “Si chiamava Io ballo da sola”. (Foto Getty Images)

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