La cosa più assurda di Coyote vs. Acme è che per un certo periodo qualcuno abbia davvero pensato che fosse meglio non farcelo vedere. Non perché sia un capolavoro destinato a cambiare la storia del cinema, ma perché nel panorama recente dei film costruiti attorno a proprietà intellettuali storiche rappresenta quasi un’anomalia: un prodotto che conosce perfettamente il marchio che sta utilizzando, sa essere stupido nel modo giusto e soprattutto sembra avere qualcosa da dire.
Non era affatto scontato, soprattutto dopo Space Jam: New Legends, talmente impegnato a trasformare il catalogo Warner in una gigantesca vetrina da finire quasi per soffocare Bugs Bunny e soci sotto il peso del brand. Coyote vs. Acme prende invece la direzione opposta e parte da una premessa minuscola, assurda e perfettamente coerente con ottant’anni di cartoon: Willy il Coyote ha comprato per tutta la vita prodotti per catturare Beep Beep, quei prodotti hanno quasi sempre cercato di ammazzarlo e adesso vuole fare causa alla ACME Corporation che glieli ha venduti.
Coyote vs Acme: il film che non volevano farci vedere
Dave Green e la sceneggiatura di Samy Burch capiscono che proprio dentro questa idea semplicissima è nascosto tutto quello che serve. Coyote vs. Acme funziona innanzitutto perché non ha paura di essere un film dei Looney Tunes: è rumoroso, velocissimo, anarchico, pieno di corpi che vengono schiacciati, esplosi e ricomposti secondo quella gloriosa concezione della fisica per cui una caduta da un canyon diventa grave soltanto nel momento in cui il personaggio guarda in basso e si accorge che non c’è più terra sotto i piedi. La follia non è un ornamento ma il linguaggio stesso del film, e anche il cast in carne e ossa accetta questa regola. Will Forte sembra perfettamente a proprio agio in un universo dove gli esseri umani possono essere trattati quasi come personaggi animati, mentre John Cena continua a sfruttare con grande efficacia la capacità di trasformare la propria presenza fisica in una gag. Intorno a loro passano i Looney Tunes senza che il film senta continuamente il bisogno di fermarsi, indicarli con il dito e aspettare l’applauso nostalgico.
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È proprio mentre si comporta come una commedia completamente fuori controllo che Coyote vs. Acme comincia però a fare qualcosa di molto più interessante. Acme non è più soltanto l’azienda che vende razzi e catapulte a un coyote evidentemente incapace di leggere le istruzioni, ma una corporation tentacolare che produce praticamente qualsiasi cosa, vende bisogni prima ancora dei prodotti necessari a soddisfarli e dispone di un potere economico capace di piegare persino le istituzioni. Willy non sta quindi soltanto chiedendo un rimborso: è il consumatore definitivo che decide di ribellarsi al sistema che lo ha convinto per anni che il prossimo acquisto sarebbe stato quello giusto. Compra un razzo, fallisce; compra una trappola migliore, fallisce ancora; prova un’altra soluzione, ricade esattamente nello stesso meccanismo. Visto così, il più celebre dispositivo comico dei Looney Tunes diventa improvvisamente una miniatura del consumismo patologico, perché il problema non viene mai risolto e il sistema ha bisogno che Willy continui a credere che la risposta sia comprare il prossimo prodotto. Acme non vende risultati, vende la promessa che questa volta possa andare diversamente.
Tra incudini, turbocapitalismo e miti greci
È difficile non cogliere quanto sia clamorosamente meta tutto questo considerando ciò che è successo al film stesso. Una grande corporation produce una storia nella quale un piccolo individuo prova a ribellarsi all’egemonia di una grande corporation e poi decide che quella stessa storia può essere eliminata perché economicamente più conveniente da morta che da viva. Non serve immaginare complotti né sostenere che Warner abbia voluto cancellare Coyote vs. Acme per il suo contenuto politico, ma è impossibile non constatare con generosa dose di sarcasmo quanto la realtà abbia finito per regalare al film una seconda lettura quasi troppo perfetta per essere vera. È anche per questo che la critica al capitalismo aziendale funziona più di quanto ci si aspetterebbe da un film nel quale un coyote viene periodicamente investito da oggetti con scritto ACME sopra. Non è un trattato di economia politica, ma dietro le esplosioni c’è un attacco molto chiaro alla concentrazione del potere economico, alla relazione sempre più squilibrata fra individuo e corporation e all’idea che il valore di qualsiasi cosa possa essere determinato esclusivamente dal profitto che è in grado di generare. Turbocapitalismo, multinazionali, consumismo e plutocrazia, insomma, ma sempre con un’incudine pronta a cadere sulla testa di qualcuno.
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Una delle parti più sorprendenti arriva inoltre quando il film decide di spingere il discorso ancora più in là e chiama direttamente in causa il mito di Sisifo. Il paragone con Willy il Coyote è quasi fin troppo perfetto: da decenni continua a spingere il proprio masso verso la cima, soltanto che quel masso assume di volta in volta la forma di un razzo Acme, di una catapulta o dell’ennesimo piano destinato a esplodergli in faccia. Coyote vs. Acme insiste proprio su questa dimensione e recupera inevitabilmente anche la lettura di Albert Camus, per il quale il senso di Sisifo non sta nella possibilità di arrivare finalmente in cima, ma nel continuare a spingere. Allo stesso modo Willy non è definito dalla concreta possibilità di catturare Beep Beep: è definito dal fatto che, dopo ogni fallimento, torna al tavolo da disegno e ricomincia. E questa concezione non gli appartiene solo filosoficamente, ma è parte proprio della struttura narrativa e dei suoi risvolti più sorprendenti.
È una rilettura sorprendentemente efficace perché non forza affatto il personaggio, ma mette semplicemente a fuoco qualcosa che i suoi cartoni raccontano da più di settant’anni. E c’è anche una curiosa coincidenza cinematografica: nell’estate in cui Christopher Nolan ha riportato sul grande schermo uno dei grandi miti greci con Odissea, un film dei Looney Tunes riesce a sua volta a recuperare un’altra figura fondamentale dell’immaginario classico e a farla funzionare attraverso un coyote, un masso e una quantità pressoché infinita di fallimenti. Due operazioni ovviamente lontanissime per ambizioni e linguaggio, ma che ricordano quanto quei miti continuino a prestarsi a nuove interpretazioni, anche nei luoghi più imprevedibili.
Il Quarto Potere dei film Looney Tunes
Coyote vs. Acme è il Quarto Potere dei film Looney Tunes. Non perché Dave Green sia Orson Welles o perché un razzo Acme possa prendere il posto di Rosebud, ma perché all’interno di una categoria cinematografica dalla quale ormai ci aspettiamo soprattutto nostalgia, citazioni e sfruttamento di un marchio, questo film riesce nell’impresa più rara di utilizzare quei personaggi per costruire un discorso che esiste anche oltre il franchise. E lo fa senza rinunciare alla loro natura, senza trasformarli in portavoce di una tesi e senza dimenticare che prima di tutto devono far ridere.
Warner Bros. aveva tra le mani il migliore dei film dei Looney Tunes, che funziona come commedia, tratta quei personaggi con affetto e comprende perfettamente perché continuano a essere efficaci dopo decenni, riuscendo persino a trasformare Willy il Coyote in un piccolo eroe schiacciato dal consumismo e dalle corporation senza smettere per questo di lanciargli pianoforti in testa. E per qualche ragione aveva deciso che nessuno avrebbe dovuto vederlo.
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