Se c’è un personaggio entrato di diritto nella memoria collettiva, questo è Tarzan, l’orfano cresciuto nella foresta dai gorilla e nato dalla penna di Edgar Rice Burroughs. Il suo grido nella giungla, simbolo di potenza e sovranità, fa parte della cultura popolare da quando, negli anni Trenta, Johnny Weissmuller lo consegnò per la prima volta alla leggenda. Tantissimi sono stati gli adattamenti dell’opera di Burroughs, tra film, serie tv, e soprattutto il classico Disney che nel 1999 incantava con il suo humor e la voce di Phil Collins a fare da colonna sonora.

Il regista, produttore e sceneggiatore tedesco Reinhard Kloos (Animals United) stava pensando da tempo di riportare sul grande schermo le avventure dell’uomo scimmia in una versione completamente nuova, moderna e soprattutto realizzata in uno spettacolare CGI 3D. Non solo, ma voleva che il suo Tarzan – che ha le movenze di Kellan Lutz, catturate in motion capture – perdesse i toni da musical di quello della Casa di Topolino, per tornare a seguire una via che si avvicinasse alle tecniche documentaristiche. Il risultato è un film per famiglie pulito, che nasconde volutamente la violenza (la telecamera stacca ogni volta che siamo in prossimità di una scena cruenta), e impreziosito da panoramiche mozzafiato, che immergono lo spettatore nella vastità e densità della giungla, il regno di Tarzan.

La storia si muove da uno spunto sci-fi che si rivelerà determinante nell’economia del film: frammenti del meteorite che estinse i dinosauri milioni di anni fa, sono rimasti conficcati nel suolo, creando nel corso dei secoli un ecosistema anomalo e mutante (a tratti, per luci e colori, sembra la versione dark di Pandora, il pianeta dei Na’vi di Avatar). Questo grazie all’energia che racchiudono i pezzi di roccia, che oggi fa gola a molti, come ai genitori di J. J. Greystoke, due esploratori. Peccato che la ricerca porti la famiglia a rimanere vittima di un incidente in elicottero, con il solo J.J. a uscirne miracolosamente illeso. Semi-incosciente viene preso sotto le amorevoli cure di una mamma gorilla, che, coincidenza, ha appena perso il piccolo. E qui comincia la leggenda: vediamo Tarzan crescere tra gli animali, comunicando con i suoi fratelli gorilla attraverso il linguaggio dei gesti, e interrogarsi sulla sua vera identità quando trova i resti del velivolo in cui morirono i suoi genitori. È in questa parte centrale che la pellicola dà il meglio di sé, sfoderando un docu-style che cattura ed emoziona ad ogni inquadratura.  I dialoghi (pochi) non sono la parte più importante del film, perché la parola non è il codice con cui Tarzan comunica con la sua famiglia e con Jane, la cui love story (tenerissima) si basa più su sguardi e gesti premurosi che sul dialogo.
Sia chiaro, l’azione non manca, ed esplode nel momento in cui il re della giungla deve difendere la sua terra – e la donna che ama – dai malvagi piani di William Clayton, direttore generale della Greystoke Energies di New York, che vuole impadronirsi dell’energia del meteorite solo per fini di lucro, infischiandosene di preservare l’ambiente che ha intorno.

I momenti di sofferenza per la sceneggiatura ci sono (nel momento in cui diventa orfano, il protagonista non sembra essere così piccolo per dimenticarsi tutta la sua infanzia, e quando incontra Jane, il recupero delle facoltà linguistiche sembra un po’ troppo immediato per quanto visto in precedenza), ma questo Tarzan resta comunque piacevole, e ci insegna una volta di più che l’amore non ha confini, ed è sempre la forza più grande del mondo.

Leggi la trama e guarda il trailer

Mi piace
Il 3D valorizza le belle panoramiche e lo stile documentaristico con cui il regista racconta il rapporto tra Tarzan e i gorilla regala scene emozionanti.

Non mi piace
La violenza è fin troppo evitata e la sceneggiatura presenta alcune pecche che lasciano l’amaro in bocca.

Consigliato a chi
A chi cerca una versione inedita del Re della giungla, e vuole risentire il suo urlo leggendario.

Voto: 3/5

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film