Se c’è un talento che James Wan possiede, è quello di saper demonizzare lo spazio domestico come pochi altri registi horror contemporanei. Il modo in cui riesce a trasformare ogni angolo di una casa in un incubo è l’elemento che regge tutta la tensione dei suoi film. Lo faceva John Carpenter in Halloween e ora Wan replica con il suo ciclo del soprannaturale, partito con Insidious e giunto al sequel di The Conjuring, in cui il regista, senza rivoluzionare nessuna regola del genere, è capace di decostruire la sicurezza delle quattro mura amiche scrutando attraverso le finestre e fuori dagli armadi, o nel buio della tenda in cui è solito giocare un bambino.

È un linguaggio ormai facilmente decodificabile per il pubblico, eppure il senso di inquietudine resta profondo anche nelle situazioni che appaiono più prevedibili. Perché quando ci si aspetta che il pericolo arrivi da dietro le spalle, eccolo spuntarcelo di fronte. O ai lati. O ancora, non manifestarsi del tutto. Un meccanismo di angoscianti silenzi e inganni macabri semplice quanto efficace, su cui si costruisce la nuova indagine dei coniugi Warren, che getta le radici nei fatti di cronaca che hanno ispirato un grande classico come Amityville Horror e si trascina sino a Londra, dove il maligno perseguita una madre single e i suoi quattro figli. La storia cerca di muoversi in bilico tra fede e scetticismo e Wan si diverte a guidarci in una casa già abbastanza sgangherata di suo, dettaglio che rende qualsiasi rumore una potenziale minaccia. Inoltre, dopo Annabelle ci regala un nuovo personaggio inquietante – una suora – pronto a diventare protagonista del secondo spin-off del franchise.

Tutto è fedele alle dinamiche di produzione seriale in cui la saga è entrata tre anni fa, con il successo del primo capitolo: il budget è infatti raddoppiato (da 20 milioni di dollari si è passati a 40) e puntuale è aumentato l’impiego degli effetti speciali in CGI, figlio anche della spettacolarizzazione maggiore sempre richiesta da un sequel. Questo “alzare il tiro”, però, porta qualche problema di troppo soprattutto nel climax finale, meno potente a livello visivo di quello di L’evocazione e sofferente più del dovuto del peso dei cliches, estetici e di scrittura. Ma è ancora Wan a metterci lo zampino, inventandosi un’annebbiata scena in soggettiva in stile Outlast (videogioco di genere survival horror ambientato in un ex manicomio), che aumenta non di poco il senso d’immersione.

Il caso Enfield, dunque, non è un passo indietro, ma un follow-up conscio dei rischi da prendersi, che non minano il futuro di Ed e Lorraine Warren, con ogni probabilità destinato a proseguire poiché la struttura narrativa di The Conjuring è in grado di offrire molteplici strade da intraprendere. E con un autore simile al timone, che conosce e interpreta così bene il contesto di riferimento, la saga può dormire sonni tranquilli, continuando a terrorizzare i nostri.

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Mi piace:
La semplicità con cui James Wan riesce a creare tensione.

Non mi piace:
Qualche effetto in CGI superfluo e un finale che poteva osare di più.

Consigliato a chi:
Si è spaventato con il primo film e vuole ripetere l’esperienza.

Voto: 3/5

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