Chiariamoci subito: The Wedding Party non è Una notte da leoni al femminile. Non si avvicina minimamente neppure allo scontanto sequel. Non aggiunge niente agli irriverenti epigoni della saga di Todd Phillips come Tre uomini e una pecora. E sicuramente non è degno di essere accostato a Le amiche della sposa dal quale – più di tutti – ha tratto spunti.

L’adattamento cinematografico della sua stessa pièce teatrale non riesce alla sceneggiatrice/regista Leslye Headland, che tra un rifacimento e l’altro sembra aver smarrito la strada.
Partita dai palchi di Los Angeles come un dramma che suscitava risate non previste (secondo il racconto dell’autrice), si è trasformata in una satira sui nuovi modelli femminili nei teatri Off Broadway. Ora, il film vorrebbe essere una commedia, ma raramente strappa il sorriso, innescando (a questo punto è lecito chiedersi se volutamente) reazioni opposte, e sprecando un cast dal grande potenziale comico, a partire dalla sposa interpretata da Rebel Wilson (che aveva preso parte ai succitati Tre uomini e una pecora e Le amiche della sposa).
Il problema, forse, sta proprio nella “tradita” origine dell’opera. Il retaggio drammatico è evidente, ma la Headland non è riuscita a convertirlo in farsa, continuando a oscillare tra un genere e l’altro senza mai prendere una traiettoria definitiva e senza definire uno stile. 
The Wedding Party
manca di humour e non perché il pubblico non riesca a coglierlo. Gli spettatori, infatti, sono ormai più che rodati nel campo delle risate politicamente scorrette, come dimostra ad esempio il successo di Ted. Qui il problema è che aborto e bulimia non trovano alcun risvolto comico e quest’opera non riesce nell’impresa, invece, abilmente compiuta da 50 e 50 e Quasi amici con il cancro e la tetraplegia.
Non disturba tanto (o almeno, non propriamente) vedere Kirsten Dunst cacciare due dita in gola a Isla Fisher per farle espellere un’indigestione di alcol, droghe e farmaci. Ma il retroscena; ovvero i problemi alimentari che ancora perseguitano nervosamente la damigella d’onore interpretata dall’attrice di Melancholia, decisamente più a suo agio nei ruoli controversi che l’hanno resa celebre e che finisce per riproporre anche in questo film, in versione malamente parodica. Il suo e tutti gli altri personaggi principali ironizzano su stereotipi femminili al fine di ribaltarli e mostrarne la vera essenza dietro la maschera, innescando però un’altra serie di cliché: la commessa tonta che si dimostra una ragazza profonda, la mangiatrice di uomini che si rivela una romantica…

Il risultato è un “pasticciato pastiche” senza redini, al quale neppure un cast di potenziale successo riesce a rimediare.

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Mi piace
Sposa e damigelle. Nonostante script e direzione non abbiano affatto reso loro facile il lavoro, le attrici protagoniste hanno carisma, presenza scenica e talento a sufficienza da convincere lo spettatore a non abbandonare la sala prima della fine.

Non mi piace
Regia e sceneggiatura sono un “pasticciato pastiche” senza redini. Il film sarebbe una commedia, ma raramente strappa il sorriso innescando (volutamente?) reazioni opposte, sprecando un cast dal grande potenziale. Il pubblico è ormai più che rodato nel campo delle risate politicamente scorrette. Ma qui aborto e bulimia non trovano alcun risvolto comico.

Consigliato a chi
Agli inguaribili e più sfegatati sostenitori di addii al nubilato/celibato irriverenti. Nonostante tutto.

Voto
2/5

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