Best Movie vi regala un viaggio tra le “ere” della terza dimensione, ripercorrendo i film e le tecnologie che hanno fatto storia e scuola prima del boom della nouvelle vague stereoscopica nata con Polar Express ed esplosa con il fenomeno Avatar.

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Prima di addentrarci tra i titoli 3D di maggior richiamo del boom degli anni Cinquanta, spenderemo qualche parola per capire come la tecnologia abbia raggiunto la sua prima era di popolarità. La storia del 3D cinematografico, infatti, ha radici molto lontane, che affondano al 1838 con la scoperta dello stereogramma, ovvero un’immagine piana bidimensionale che dà l’illusione della profondità e della terza dimensione: due immagini similari affiancate, osservate frontalmente possono essere visualizzate come un’unica immagine tridimensionale grazie all’ausilio di un “binocolino”, lo stereoscopio, dotato di due lenti d’ingrandimento (o di un sistema di specchi), che permette a ogni singolo occhio di osservare solo l’immagine a esso destinata. Potete trovarne alcuni esempi moderni anche oggi, ad esempio tra le bancarelle di souvenir delle città d’arte: dei cartoncini illustrati con le principali attrazioni turistiche, muniti di piccole lenti, attraverso le quali le stampe o le fotografie diventano tridimensionali.

Nel 1852, grazie a un’evoluzione dello stereoscopio, si ottennero le prime immagini tridimensionali in movimento. Lo strumento venne utilizzato alla fine dell’Ottocento per i primi test sperimentali nelle sale cinematografiche dove venivano proiettate parallelamente sullo schermo due pellicole, che lo spettatore faceva convergere proprio grazie all’uso di uno stereoscopio.

Nel 1915, invece, all’Astor Theater in New York vengono proiettate alcune sequenze di film, sfruttando per la prima volta la tecnica dell’anaglifo rosso-verde con occhialini.

Ma solo sette anni più tardi, a Los Angeles, viene presentato il primo film 3D anaglifico a pagamento, The Power of Love, la cui unica copia, però, è andata perduta. Negli anni Venti, viene poi sviluppato un sistema, chiamato Teleview, che è stato il primo a permettere di proiettare sequenze di fotogrammi alternati, anziché giustapposti.

Nel 1933, Louis Lumiere, progenitore del cinema insieme a suo fratello, presenta il remake del suo film del 1895 L’Arrivée du Train in versione anaglifica 3D.

Nel 1938 viene commercializzato il visore View-Master, un sistema (una sorta di “scatola”) dentro il quale ruota un disco di diapositive che consente una visione stereoscopica, grazie all’osservazione delle immagine tramite apposite lenti binoculari. Con i passare del tempo, l’apparecchio passato dalla Sawyer’s Photographic Service alla Fisher-Price, riproduce vere e proprie storie e negli anni Settanta si arricchisce con la versione “parlante”.

Negli anni Trenta, inoltre, arriva una tecnologia che contribuisce ulteriormente allo svilupo del cinema tridimensionale. Il brevetto dei fogli polarizzatori di Edwin H. Land, il Polaroid J Sheet (inizialmente studiati per creare un filtro capace di ridurre l’abbagliamento da fari di automobile), trova sbocchi anche nel cinema, dopo la fotografia. Il sistema prevede l’uso di due pellicole parallele, con il canale per l’occhio destro e sinistro, che devono venire sincronizzate in proiezione con uno circuito sincronizzante. Inoltre, vengono introdotti degli schermi riflettenti, come i silver screen, in grado di riflettere correttamente le immagini separate provenienti da un fascio di luce polarizzata. Utilizzando il sistema a luce polarizzata e i filtri Polaroid, nel 1936 viene prodotto in Italia Nozze vagabonde. Ma è con gli anni Cinquanta che il 3D comincia davvero a imporsi e trova la sua “Golden Age”, abbandonando gli occhialini blu e rossi e affermando quelli a lenti polarizzate.

I film

Gli anni tra il 1952 e il 1955 sono considerati l’età d’oro del 3D grazie al grande fermento che la terza dimensione porta in quel di Hollywood. Decine sono infatti i film (lungometraggi o corti) che vengono prodotti in questo periodo. Tra i generi di punta che vengono sottoposti alla “sperimentazione”, troviamo in testa l’horror e il thriller, ma non mancano anche musical, western e fantascienza.

Il primo lungometraggio 3D a colori della storia è Bwana Devil (1952) di Arch Oboler. Il film è ambientato in Africa e ruota attorno a due leoni, che uccidono e terrorizzano indifferentemente indigeni e coloni. La pellicola è ispirata a un evento realmente accaduto, che è alla base anche di un altro film (non in 3D) del 1996, Spiriti nelle tenebre, con Michael Douglas e Val Kilmer. Ma il più grande successo di questi anni è La maschera di cera (1953), che negli Usa incassò 23,7 milioni di dollari. Una cifra di tutto rispetto per un film di genere se si pensa che l’anno precedente il film drammatico (premio Oscar come Miglior film nel ’53), Il più grande spettacolo del mondo, del re Mida Cecil B. DeMille incassò in casa 36 milioni di dollari. Il film è il remake 3D dell’omonimo (in originale, Mystery of the Wax Museum) del 1933 di Michael Curtiz ed è stato a sua volta oggetto di un ulteriore rifacimento (nel 2005), diretto da Jaume Collet-Serra. La pellicola, che è il primo film 3D prodotto da Warner Bros., porta la firma di Handré De Toth e ha come protagonista Vincet Price (nella foto in alto), che successivamente gira altre due pellicole horror 3D: Il mostro delle nebbie e Dangerous Mission. D’altra parte, tra i film che identificano questo periodo, non possiamo non ricordare Il mostro della laguna nera (1953), girato in bianco e nero e con riprese subacquee, che riprende la fiaba della Bella e la Bestia e che ottiene un riscontro tale da sfociare anche in un sequel nel 1955, La vendetta del mostro. La tecnologia 3D conquista anche i “maestri” e nel 1954 anche Alfred Hitchcock si fa coinvolgere, realizzando Delitto Perfetto 3D. Salvo poi rinnegarlo. Pare, infatti, che Hitchcock abbandonò immediatamente l’idea di un nuovo progetto 3D dopo aver assistito alla visione della pellicola, a causa dei disturbi alla vista e alla nausea provocate dalla tecnologia del tempo (a creare problemi, secondo alcuni, proprio la fase di proiezione). Sembra che l’artista, sconvolto dall’esito, abbia addirittura esclamato: «Ma che razza di roba è questa?». Anche star del calibro di John Wayne e Rita Hayworth, Dean Martin e Jerry Lewis si cimentano con il 3D. Il primo con il western del ’53, Hondo, diretto da John Farrow; mentre la Hayworth, lo stesso anno, è protagonista di Pioggia e il duo comico recita nella commedia tridimensionale I figli del secolo della Paramount, azienda che produce anche i corti animati 3D di Boo Moon (1954) con Casper e Popeye, the Ace of Space con Braccio di Ferro (personaggio che tornerà in 3D sul grande schermo, sempre in versione animata, in una pellicola prodotta da Avi Arad). In questo periodo, inoltre, viene prodotto anche il musical di successo della MGM, Baciami Kate. Prima di distribuirlo in sala in versione stereoscopica, l’azienda fece un test, presentando il film in sole sei sale, tre delle quali proiettavano il film in 3D… accolto con grande entusiasmo… Tra i titoli di genere sci-fi del boom 3D, infine, ricordiamo Attacco alla base spaziale US (1954), che racconta di un investigatore che cerca di far luce in un’intricata serie di omicidi spaziali.

Potete vedere le clip con gli occhialini blu e rossi… e Best Movie vi spiega come costruirveli!

Ecco una clip 3D (in lingua originale) de La maschera di cera del 1953:

Ecco una clip 2D (in lingua originale) de La maschera di cera del 1953: i titoli di testa e la prima sequenza:

La locandina internazionale de La maschera di cera

La tecnologia

Dagli anni Dieci vengono adoperati i sistemi anaglifici, che sfruttano filtri colorati per i proiettori e le lenti degli occhialini. Nei sistemi più evoluti degli anni Quaranta, le pellicole risultanti dalle due riprese parallele vengono proiettate in sala tramite due proiettori: quello di sinistra munito di filtro rosso e quello di destra munito di filtro ciano (verde+blu). Gli occhialini, muniti a loro volta di lente rossa a sinistra e lente ciano a destra, rilevano con la lente rossa tutto ciò che non è rosso e con la lente ciano tutto ciò che non è ciano. A questo punto le due diverse immagini vengono comunicate separatamente al cervello dello spettatore, che sintetizzandole percepisce la scena attraverso due diversi punti di vista (della ripresa) e ne rileva le profondità.

Pur essendo un sistema semplice ed economico, l’uso del rosso e del ciano condiziona a livello generale la fedeltà di riproduzione dei colori e a volte il sistema può provocare emicrania a causa dello sforzo al quale è sottoposto il cercello, per la continua compensazione delle distorsioni cromatiche.

Negli anni Cinquanta, invece, prendono piede i sistemi polarizzati, partoriti già negli anni Trenta, che sfruttano il principio di polarizzazione della luce e consentono allo spettatore, munito di occhislini con lenti polarizzate, di indirizzare separatamente ai relativi occhi l’immagine sinistra e quella destra (polarizzate anch’esse). Il procedimento si divide in due: la polarizzazione lineare e quella circolare, che assegna la rotazione oraria a un’immagine e antioraria all’altra.

La polarizzazione circolare ha il vantaggio di consentire maggiore libertà di movimento allo spettatore, mentre la lineare impone di tenere la testa verticale.

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