In risposta all’articolo (eccessivamente) entusiasta di Fabio Guaglione (che consiglio caldamente di leggere in generale, ma che è assolutamente necessario leggere per comprendere i punti salienti delle obbiezioni che propongo).

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Gli ultimi minuti

(segue da) Non occorre convincermi. L’ultima inquadratura di Lost, con Jack Shepard che muore, chiudendo gli occhi (l’occhio), era il finale di Lost da sempre. La circolarità della serie, con quell’inquadratura sarebbe dovuta apparire così in tutta la sua perfezione. Ma avere in mente un’inquadratuta, non significa avere in mente un finale. Basti pensare a tutte le incongruenze narrative che portano Jack a dover essere proprio nel luogo in cui deve, per coerenza visiva (sottolineo esclusivamente visiva) spirare. Fabio Guaglione si sente (giustamente dal suo punto di vista) emotivamente soddisfatto. Tutto il resto non gli importa. Io trovo un po’ troppo semplicistico spiegare enormi incongruenze narrative (e sottolineo, proprio narrative) con dei semplici «chi se ne frega», «chi se ne importa». Anche e soprattutto perché non è mai stato questo il registro di Lost. Quello a cui gli autori ci avevano abituato, fin da subito, era una cura maniacale per i dettagli. Ci hanno sempre fatto credere che in Lost fossero proprio i particolari a connotarne lo stile e in parte la novità, tra gli altri, innumerevoli, pregi. I numeri che comparivano ovunque all’inizio, i riferimenti agli Anni Settanta, la musica dei Jeronimo Jackson, i libri letti dai personaggi, tutto sembrava messo in scena per un motivo. Sembravano consapevoli strizzatine d’occhio del magnifico duo (Carlton Cuse e David Lindelof), che ad ogni passo, ad ogni accumulo narrativo, ammiccavano, come per dire «vedrete che alla fine tutto andrà a posto!». Ricordo quella volta che Jack Shepard analizza la radiografia di un suo paziente, Angelo Busoni, che, affetto da tumore spinale, ha scelto di essere operato all’Ospedale St. Sebastian, proprio da Jack, ormai famoso per il miracolo compiuto con Sarah (la donna che poi ha sposato). Ebbene ricordo che un fan riuscì ad ingrandire il particolare di quella radiografia, fino a dare una sbirciatina alla data stampata. E, sorpresa, la data non combaciava con l’epoca degli eventi narrati (che doveva essere il 2003 se non ricordo male). Inevitabile che su forum e blog di tutto il mondo iniziassero a riconcorrersi ipotesi di ogni genere fino a che i fan arrivarono ad ipotizzare, per la prima volta, addirittura la possibilità dei viaggi nel tempo (…tra l’altro venendo categoricamente smentiti dagli autori). Si noti che non eravamo ancora neppure in odore di balzi temporali all’epoca. Ad ogni modo i Darlton (nome d’arte dei soliti Cuse e Lindelof) chiedono scusa. Si affrettano a dichiarare che si è trattato di un errore. Hanno semplicemente usato una radiografia qualunque (che risaliva al tempo delle riprese e non al tempo degli eventi narrati). Promettono pubblicamente ai fan che faranno più attenzione in futuro, che un errore di quel tipo non si ripeterà. Ecco! Si trattava di una promessa implicita. In quel momento si stava ribadendo un principio che ci tranquillizzava tutti. Serietà e cura nei dettagli. Sanno quello che fanno ci siamo detti. Lost è anche un rompicapo, un’enigma che prima o poi ci verrà svelato. Ebbene? Ora dopo la fine di una raffazzonata sesta stagione (a parte qualche momento decisamente emozionante e ben diretto – la scena del sottomarino ad esempio), ci vengono dette, attraverso i dialoghi molte cose, che poi vengono puntualmente smentite dagli avvenimenti medesimi. Molte soluzioni appaiono totalmente slegate da tutto il resto, appiccicate, incongruenti. Desmond è sull’isola per la sua incredibile capacità di resistenza all’elettromagnetismo. Premessa n. 1. Una matrigna/strega eccessivamente fumettistica o favolistica, le cui intenzioni, ruolo, capacità, grado di consapevolezza, non sono affatto precisati, ci dice che scenedere nella grotta è peggio che morire. Premessa n. 2. Effettivamente quello che accade all’Innominato (fratello di Jacob), non è affatto carino! Ma un momento però! Lui da un lato diventa il fumo nero, e va bene! Dall’altro però è anche contemporaneamente un banalissimo cadavere. O meglio, non così banale, dato che è l’Adamo scoperto dai Losties nella prima stagione (ricordatevelo, perché su questo torneremo più avanti). Dunque è morto, si è trasformato o cos’altro? Sorvoliamo su queste inezie! Ad ogni modo, dicevamo, si evince che Desmond è l’unico che possa scendere nel cuore dell’isola con qualche speranza di sopravvivenza o magari di non-mutazione. Scendere nella grotta e risalire è particolarmente impegnativo ed è impossibile senza una corda e l’aiuto di qualcun altro. Premessa n. 3. Allora com’è che nel finale Jack si espone alla luce e non solo non muore, non solo non si trasforma, ma si ritrova anche inspiegabilmente fuori dalla grotta? Perché? Come? E’ narrativamente insignificante? In realtà lui deve semplicemente andare a morire nel famoso canneto per chiudere il cerchio! Si tratta di una bella inquadratura finale? Senza ombra di dubbio! E’ narrativamente coerente? Assolutamente no! E a me importa, eccome! Certo che molti fan entusiasti potranno fornire mille spiegazioni a riguardo. Jack è un ex-protettore dell’isola, lui è speciale e bla bla bla. Ma quello che non viene detto in una storia, non esiste! O meglio, tutte le teorie che non si possono ragionevolmente evincere dagli eventi narrati, non fanno parte della storia stessa, punto! Sono solo più o meno belle interpretazioni dei fan. Delle quali, di quelle sì, avrei tutto il diritto di fregarmene! Dal punto di vista della storia invece sono solo buchi narrativi, niente di più, niente di meno! (continua)

Gli altri “capitoli” di Lost: perché NON è un capolavoro

Le lacrime

Gli ultimi minuti

Un messaggio semplice

La teoria spirituale

La teoria scientifica

I punti forti

Il linguaggio

I personaggi

Il binomio fede e scienza

I misteri

Una mania collettiva

L’utilizzo dei media

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Alfonso Papa ha frequentato il master biennale in Tecniche della narrazione presso la scuola Holden di Torino. Tra le altre cose ha collaborato con la casa editrice Einaudi in qualità di lettore e ha lavorato su alcuni set cinematografici, tra cui Radiofreccia di Luciano Ligabue e Un amore di Gianluca Tavarelli. Dal 1999 al 2007, prima per l’Associazione Cinema Giovani e poi per il Museo Nazionale del Cinema, si è occupato dell’organizzazione del Torino Film Festival. Attualmente lavora in qualità di production manager per la Film Commission Torino Piemonte. Lo scorso marzo era tra i giurati della manifestazione cinematografica Piemonte Movie 2010.

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