In risposta all’articolo (eccessivamente) entusiasta di Fabio Guaglione (che consiglio caldamente di leggere in generale, ma che è assolutamente necessario leggere per comprendere i punti salienti delle obbiezioni che propongo).

Leggi La teoria scientifica di Guglione.

La teoria scientifica

(segue da) Ma la sensazione di inadeguatezza di un finale di questo tipo, la sente in parte, seppur non lo ammetta, anche Guaglione stesso, che infatti decide di inventarsi una seconda interpretazione del finale del tutto arbitraria. Da una parte afferma che una lettura scientifica di ciò che accaduto sia comunque possibile, ma dall’altra continua a definire (correttamente) la dimensione alternativa come «creata dal desiderio di redimersi» dei Losties, definizione che, con tutta la buona volontà, con la meccanica quantistica (giusto per dirne una), o comunque con un’intepretazione sci-fi, ha ben poco a che fare. Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che non è andata in questa direzione la risposta degli autori. Nossignore. L’anima fantascientifica della serie, per due terzi o più della serie diventata preponderante, nella sesta stagione è stata violentemente e ingiustificatamente abbandonata, per la via più facile e più comoda. Il Deus ex Machina del finale di Lost è grande come una casa, eppure qualcuno si ostina a non volerlo vedere.

Quando mi addentro nel racconto di una storia, stipulo un patto con l’autore. Attraverso la sospensione di incredulità, offro una chance di credibilità a tutto quello che mi verrà detto. Implicitamente dico: «Va bene! Sono disposto a entrare nel tuo mondo, sono disposto a crederti!». In cambio l’autore si impegna a non cambiare all’improvviso le carte in tavola. Si impegna ad essere narrativamente onesto. Quando si chiedono le famigerate risposte non credo si intenda pedantemente ottenere la risposta ad ogni singola domanda o mistero messo in campo dalla serie dei misteri per eccellenza. Non si tratta di questo. Anche perché al limite non sarebbe tanto un problema quantitativo, ma al limite qualitativo. Appiccicare ad esempio attraverso un dialogo estemporaneo qualche accenno a un mistero solo per far contenti i fan, non significa rispondere. O meglio non significa dare compiutezza alla storia. La narrativa, grazie proprio alla sospensione di incredulità, permette realmente di affrontare l’impossibile. Non occorre che venga esposta la teoria della relatività dettagliatamente o le teorie della meccanica quantistica, affinché lo spettatore possa accettare per esempio i viaggi nel tempo. Talvolta basta davvero solo dire: «Spazio, ultima frontiera, eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise…» e il gioco è fatto! Lo spettatore interessato crederà alla curvatura, al teletrasporto e all’esistenza dei Vulcaniani, dei Klingoniani e così via. Nel mondo di Lost i balzi temporalei sono possibili e ci sta bene così! Tanto più che ci vengono mostrati gli studi del genio Daniel Faraday e tanto basta! Il personaggio di Faraday rappresenta una riposta soddisfacente e coerente con il registro sci-fi assunto dalla serie, che tra l’altro è coerente con l’esistenza delle stazioni Dharma sull’isola. Mentre invece che un gruppo di quasi selvaggi armati di archi e frecce, appena qualche anno dopo la nascita di Cristo, naufragati per caso sull’isola, che vivono di caccia e costruiscono capanne di paglia, arrivino – in pochi anni e senza contatti con il mondo oltreisola – anche solo a pensare che ficcando una ruota in una roccia e mescolando luce prodigiosa e acqua miracolosa si ottenga proprio un raggio teletrasportatore che porterà colui che girerà la ruota da qualche parte nel nostro mondo (se dicevano anche nel deserto della Tunisia spaccavo la tv) non è una risposta soddisfacente! Anzi è irritante, in quanto non è altro che una presa in giro. Assolutamente appiccicata, assolutamente fuori registro, assolutamente ingiustificata e incoerente. Era meglio tagliarla quella scena! Non sarebbe mancata affatto. Una risposta di questo tipo è molto peggio di una risposta non data.

Il dizionario di Lost? Davvero in tutta sincerità, Fabio Guaglione, può affermare che in questo modo possano essere placate le incongruenze finali della serie? Con un oggetto esterno alla storia? Una banale e pedante raccolta di definizioni? Già immagino cosa potrà mai contenere questo dizionario. Una trasposizione della Lostpedia tra l’altro (solo per ricordare che il dizionario già esiste nella rete!). Qualche definizione a caso: Effetto Casimir, Valenzetti, Statua di Tawaret, elettromagnetismo e così via. Ma chi se ne frega se Valenzetti era un matematico italiano, che abbia elaborato l’equazione i cui parametri sono i famosi numeri 4, 8, 15 16, 23, 42? Eppure, in tutta sincerità, davvero non è affatto importante (dopo che un narratore mette in scena con tale forza questa ed altre questioni) spiegare come tutto ciò si inseriva nel disegno generale di Lost? Davvero non importa e chi se ne frega? Al di là anche della Lost Experience tra l’altro! Perché se dovessimo affidarci anche a questa (e non saremmo a rigore tenuti a farlo) si aprirebbe un baratro narrativo di entità ancora più colossali: gli anni i giorni e i mesi che mancano alla fine del mondo, il progetto di uccidere attraverso un virus parte della popolazione mondiale con lo scopo di modificare i parametri dell’equazione e salvare il resto dell’umanità, ecc. ecc. Di queste cose parlava Lost, non solo di chi sceglie Kate e di chi si innamorerà di chi e di chi morirà con chi, oppure da solo! Smettiamola di dire che quello che conta sono i personaggi. Perché essi hanno agito e sono morti in quel mondo là. Alle prese con esseri soprannaturali, che vivono da centinaia d’anni, con realissime e invadenti allucinazioni, alcuni parlando con i morti, altri teletrasportandosi, premendo un pulsante ogni 108 minuti, pensando così di contribuire a salvare il mondo. Un dizionario? Ma stiamo scherzando? E magari ci verrà detto anche di acquistare il cofanetto della sesta stagione in cui si vocifera verrà proposto un finale più ampio o addirittura alternativo? O magari di aspettare il film (si lo so, i Darlton hanno smentito anche questo! Ma ho già dato qualche esempio della credibilità delle loro smentite). (continua)

Gli altri “capitoli” di Lost: perché NON è un capolavoro

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La teoria scientifica

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I personaggi

Il binomio fede e scienza

I misteri

Una mania collettiva

L’utilizzo dei media

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Alfonso Papa ha frequentato il master biennale in Tecniche della narrazione presso la scuola Holden di Torino. Tra le altre cose ha collaborato con la casa editrice Einaudi in qualità di lettore e ha lavorato su alcuni set cinematografici, tra cui Radiofreccia di Luciano Ligabue e Un amore di Gianluca Tavarelli. Dal 1999 al 2007, prima per l’Associazione Cinema Giovani e poi per il Museo Nazionale del Cinema, si è occupato dell’organizzazione del Torino Film Festival. Attualmente lavora in qualità di production manager per la Film Commission Torino Piemonte. Lo scorso marzo era tra i giurati della manifestazione cinematografica Piemonte Movie 2010.

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