In risposta all’articolo (eccessivamente) entusiasta di Fabio Guaglione (che consiglio caldamente di leggere in generale, ma che è assolutamente necessario leggere per comprendere i punti salienti delle obbiezioni che propongo).

Leggi L’utilizzo dei media di Guaglione.


L’utilizzo dei media

(segue da) Anche qui nulla da dire. L’interattività di Lost e la sua presenza nella vita dei telespettatori al di là della semplice messa in onda degli episodi è stata assolutamente innovativa e coinvolgente, riuscendo addirittura a creare una specie di meta-realtà del mondo lostiano in grado di interagire con la realtà vera degli spettatori. Proprio con la nostra realtà, al di qua del teleschermo. Il mondo di Lost esisteva tutt’intorno a noi, ha valicato con una forza debordante i semplici confini del suo mondo narrativo. Il sito della Oceanic Airlines, fallita dopo l’incidente del volo 815. La pubblicità della Dharma sul New York Times, e così via. Approfitto dell’occasione per ribadire un concetto fondamentale. Tutto quelo che Guaglione sostiene qui e altrove, è vero! Lost è stato meraviglioso e ha rappresentato una svolta. Ha raggiunto standard qualitativi impensabili per una seie tv e ha rappresentato un percorso che mi piacerebbe percorrere nuovamente con una nuova serie, anche se non sarà affatto facile. Tutto questo è ineccepibile. Ma tutto ciò non deve rendere impossibile criticare, alla luce del finale, l’impianto narrativo generale della serie. La sesta stagione, nel suo significato generale, sia la linea narrativa sull’isola, ma soprattutto la linea narrativa della Alternative Reality, non c’entrano proprio nulla con Lost. La cosiddetta realtà alternativa, alla fine, risulta appiccicata, creata e risolta tutta lì, proprio nel tentativo (maldestro) di offrire una sensazione di compiutezza, che gli autori percepivano benissimo che altrimenti Lost non avrebbe potuto avere. A mio parere la soluzione adottata, invece, risulta alla fine proprio la causa principale della sensazione di incompiutezza. Inoltre non offre, non me ne voglia Guaglione, nessun messaggio illuminante, se non da un punto di vista fin troppo banalmente popolare. Mi dispiace essere così brutale nei confronti di chi non la pensa come me, ma io non mi sono sentito affatto illuminato, nè intellettualmente toccato. A ben vedere, nemmeno troppo neppure emozionalmente. Non basta mettere alle spalle dei personaggi una finestra con tutti i simboli delle religioni più importanti, per aspirare una sorta di messaggio ecumenico e per essere esenti dalla sensazione di aver ricorso al più bieco e vecchio trucco di tutti i tempi. Nell’antichità quando i narratori si mettevano nei guai, ricorrevano agli dei. L’intervento degli dei, con tutta la loro accessoria Alternative Reality Olimpica, erano il deus ex machina perfetto dei drammi antichi e qui in Lost l’ultramondo, però reale, ma immaginato dai protagonisti, in cui qualcuno realizza i propri desideri più intimi, ma qualcun’altro anche no, che però devono ricordarsi della loro vita passata (più reale ancora quella) insieme sull’isola, per poter andare avanti, ovvero per morire sul serio (e magari finire in un’altra realtà ancora), benché in effetti già morti… è qualcosa di narrativamente molto, molto simile a quegli dei, che apparivano all’improvviso per dare una mano al narratore, prima ancora che all’eroe. Mi viene in mente il rammarico di Aristotele per il finale di quello che considerava il più grande poema della grecità. Come poteva Omero averci infilato un così grave e incoerente elemento di irrazionalità, un errore così madornale? Omero si era evidentemente infilato su un crinale pericoloso inserendo la scena della corsa (l’inseguimento di Ettore), tuttavia l’aveva condotta con maestria e una spettacolarità tali da farne passare inosservati gli aspetti di inverosimiglianza. Ma poi non era riuscito a concluderla. Doveva in qualche modo fermare Achille. Così anche Ettore non sentendosi più inseguito avrebbe potuto fermarsi a sua volta a riflettere. Per poter finalmente passare al duello quindi Omero è costretto a ricorrere a un intervento divino estrinseco e immotivato, la cui falsa motivazione conteneva per giunta un disastroso e involontario risvolto comico: Achille sfiatato dalla corsa, proprio lui il cui epiteto fisso era piè veloce. Così dinanzi ad Achille compare la dea Atena, che gli dice proprio «Fermati adesso, riprendi fiato, e io intanto andrò a convincerlo a battersi faccia a faccia». Fermati e riprendi fiato? Ad Achille piè veloce? Come dire a Superman, ehi, basta svolazzare, adesso riposati un po’, cammina. Un’incongruenza che potrebbe apparire sottile eppure strideva così tanto all’orecchio di Aristotele, che egli non potè fare a meno di risentirsene. Logon didonai, avrebbe gridato, affermando il suo diritto di chiedere ragione o il dover per l’autore di dar conto delle proprie scelte. Figuriamoci la chiesetta giallo/arancio illuminata nella realtà purgatoriale alternativa del finale di Lost. (continua)

Gli altri “capitoli” di Lost: perché NON è un capolavoro

Le lacrime

Gli ultimi minuti

Un messaggio semplice

La teoria spirituale

La teoria scientifica

I punti forti

Il linguaggio

I personaggi

Il binomio fede e scienza

I misteri

Una mania collettiva

L’utilizzo dei media

Let it Go

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Alfonso Papa ha frequentato il master biennale in Tecniche della narrazione presso la scuola Holden di Torino. Tra le altre cose ha collaborato con la casa editrice Einaudi in qualità di lettore e ha lavorato su alcuni set cinematografici, tra cui Radiofreccia di Luciano Ligabue e Un amore di Gianluca Tavarelli. Dal 1999 al 2007, prima per l’Associazione Cinema Giovani e poi per il Museo Nazionale del Cinema, si è occupato dell’organizzazione del Torino Film Festival. Attualmente lavora in qualità di production manager per la Film Commission Torino Piemonte. Lo scorso marzo era tra i giurati della manifestazione cinematografica Piemonte Movie 2010.

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