Backrooms: cosa sono, significato e trama del film A24
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Cosa sono le Backrooms? Da 4chan al cinema, la storia dell’incubo più inquietante di questi anni

Dal mito nato online al film A24 diretto da Kane Parsons: Backrooms arriva al cinema e riporta al centro una delle paure più potenti dell’horror digitale, tra stanze vuote, neon e spazi liminali

Cosa sono le Backrooms? Da 4chan al cinema, la storia dell’incubo più inquietante di questi anni

Dal mito nato online al film A24 diretto da Kane Parsons: Backrooms arriva al cinema e riporta al centro una delle paure più potenti dell’horror digitale, tra stanze vuote, neon e spazi liminali

immagine dal film backrooms

Arriva in sala domani, mercoledì 27 maggio, Backrooms, il film diretto da Kane Parsons e prodotto da A24 che porta finalmente sul grande schermo uno degli immaginari più disturbanti nati su Internet negli ultimi anni. Non un semplice horror costruito attorno a un mostro, né l’ennesima leggenda urbana trasformata in franchise, ma un fenomeno che ha preso forma dal basso, tra immagini anonime, racconti condivisi, video virali e una paura molto riconoscibile: quella di ritrovarsi in un luogo familiare, ma profondamente sbagliato.

La storia delle Backrooms

Per capire cosa sono le Backrooms bisogna partire da un’immagine. Una stanza vuota, pareti giallastre, moquette, luci fluorescenti, nessuna finestra e nessuna presenza umana. Uno spazio banale, quasi insignificante, che proprio per questo ha iniziato a generare inquietudine. Nel maggio 2019, su 4chan, quella fotografia viene associata a un breve testo anonimo: se si “esce” dalla realtà nel modo sbagliato, si finisce nelle Backrooms, un labirinto infinito di stanze e corridoi dove il ronzio dei neon è costante e dove la sensazione di non essere soli diventa più spaventosa di qualsiasi apparizione.

Da lì il concetto ha iniziato a espandersi. Le Backrooms sono diventate una creepypasta, cioè un racconto horror nato e diffuso online, copiato, modificato e arricchito dagli utenti. Ogni nuova versione ha aggiunto un dettaglio: livelli, entità, regole, mappe, vie d’accesso, tentativi di fuga. Come spesso accade nel folklore digitale, non esiste un solo autore e non esiste una versione definitiva. Esiste piuttosto un’idea collettiva, alimentata dalla rete e dalla sua capacità di trasformare un frammento visivo in un intero universo narrativo.

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Il fenomeno di 4chan

Ma cosa è 4chan? È un imageboard anonimo, cioè un sito organizzato in bacheche tematiche dove gli utenti pubblicano immagini e messaggi senza costruire una vera identità pubblica. È stato, nel bene e nel male, uno dei luoghi più influenti della cultura internet: da lì sono passati meme, linguaggi, ossessioni collettive e anche contenuti controversi, spesso proprio grazie alla combinazione tra anonimato, velocità di diffusione e assenza di una struttura editoriale tradizionale.

Nel caso delle Backrooms, questo contesto è fondamentale. Il mito non nasce come prodotto già confezionato, ma come intuizione condivisa: un’immagine inquietante, una frase capace di accendere l’immaginazione e una comunità pronta a rilanciare, deformare e ampliare il racconto. La board /x/, dedicata al paranormale e al soprannaturale, era il terreno ideale per un’idea del genere. Non serviva spiegare troppo, anzi: la forza delle Backrooms stava proprio nel non dire abbastanza. Il vuoto lasciato dal post originario è stato riempito dagli utenti, trasformando un ambiente anonimo in una mitologia contemporanea.

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Il significato delle Backrooms

Il motivo per cui le Backrooms funzionano così bene è legato agli spazi liminali. Sono luoghi di passaggio, ambienti normalmente destinati ad altro: corridoi, uffici, sale d’attesa, scuole vuote, hotel deserti, centri commerciali senza clienti. Spazi che conosciamo, ma che diventano perturbanti quando vengono privati della loro funzione e della presenza umana. Le Backrooms prendono questa sensazione e la portano all’estremo. Non fanno paura perché mostrano qualcosa di esplicitamente mostruoso, ma perché trasformano la normalità in prigione.

Il terrore nasce dalla ripetizione, dall’assenza di orientamento, dall’idea che dietro la superficie ordinaria del mondo possa nascondersi un ambiente infinito, senza logica e senza uscita. È un horror profondamente contemporaneo perché parla il linguaggio di Internet, ma anche perché intercetta una paura molto moderna: quella di perdersi in sistemi troppo grandi per essere compresi, dove ogni stanza assomiglia alla precedente e ogni rumore sembra promettere una minaccia.

La trama del film A24

Il film di Kane Parsons parte proprio da questo immaginario e lo traduce in racconto cinematografico. La premessa ufficiale ruota attorno a una misteriosa porta che compare nel seminterrato di uno showroom di mobili, aprendo l’accesso a una dimensione impossibile fatta di stanze, corridoi e spazi apparentemente senza fine. Al centro della storia ci sono Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, coinvolti in un incubo che prende la mitologia nata online e la trasforma in un’esperienza più fisica, psicologica e narrativa.

La scelta di Parsons non è casuale. Prima del film, il suo nome era già legato a The Backrooms (Found Footage), il corto pubblicato su YouTube nel 2022 che ha dato una forma visiva potentissima al mito, mescolando estetica found footage, analog horror e computer grafica. Con il lungometraggio, quell’intuizione arriva ora in sala senza perdere il suo punto di partenza: la paura di uno spazio che sembra costruito sui ricordi, sugli ambienti impersonali della vita quotidiana e sulla sensazione che qualcosa, lì dentro, non torni mai davvero.

Il corto da cui è nato tutto

È per questo che Backrooms è uno degli horror più attesi della stagione. Non solo perché porta al cinema un fenomeno nato dal web, ma perché racconta un tipo di paura che il pubblico ha già imparato a riconoscere prima ancora di vederla in un film. Le Backrooms non hanno bisogno di spiegare tutto: basta un corridoio illuminato male, una parete gialla, il ronzio di un neon e l’impressione che l’uscita sia sempre più lontana. E già così, non è roba per tutti…

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