Cosa sono gli spazi liminali di Backrooms: significato e origini
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Backrooms, cosa sono esattamente gli spazi liminali? Il significato dietro all’incubo

Il film di Kane Parsons riporta al centro un concetto nato nell’antropologia e diventato estetica horror: luoghi di passaggio, assenza e disorientamento... perché ci fanno così paura?

Backrooms, cosa sono esattamente gli spazi liminali? Il significato dietro all’incubo

Il film di Kane Parsons riporta al centro un concetto nato nell’antropologia e diventato estetica horror: luoghi di passaggio, assenza e disorientamento... perché ci fanno così paura?

gli spazi di backrooms

Backrooms ha riportato al centro dell’horror contemporaneo un’immagine precisa: stanze vuote, corridoi giallastri, luci fluorescenti, moquette, ambienti impersonali che sembrano appartenere alla vita di tutti i giorni ma che, osservati fuori contesto, diventano disturbanti. Il film diretto da Kane Parsons parte proprio da questa sensazione, già centrale nella creepypasta nata online e poi cresciuta tra video virali, racconti condivisi e immaginari digitali. Non siamo davanti a un terrore costruito solo su mostri o apparizioni, ma su luoghi che sembrano familiari e allo stesso tempo sbagliati.

Da qui nasce la domanda: cosa sono gli spazi liminali? L’espressione è diventata molto diffusa su Internet, soprattutto grazie a immagini di scuole deserte, piscine vuote, hotel, aeroporti, centri commerciali chiusi e uffici illuminati artificialmente. Eppure il concetto non nasce sui social, né dentro l’horror. Ha radici teoriche precise, legate all’antropologia, alla psicologia della percezione, allo studio degli ambienti moderni e al modo in cui certi luoghi influenzano il nostro senso di orientamento, sicurezza e identità.

Cosa sono gli spazi liminali

Uno spazio liminale è uno spazio di soglia. La parola deriva dal latino limen, che significa appunto soglia, limite, punto di passaggio. In senso ampio, indica una condizione intermedia: non si appartiene più del tutto a uno stato precedente, ma non si è ancora entrati in quello successivo. Applicato ai luoghi, il termine descrive ambienti pensati soprattutto per essere attraversati, non abitati.

Corridoi, scale, ascensori, aeroporti, stazioni, parcheggi, sale d’attesa, scuole vuote, hotel, centri commerciali e uffici deserti possono diventare spazi liminali quando vengono percepiti come sospesi tra una funzione e un’altra. Sono luoghi che conosciamo, ma che perdono parte della loro normalità quando vengono privati della presenza umana, del rumore, del movimento e dello scopo per cui sono stati progettati.

Un aeroporto affollato è un ambiente comprensibile: persone in transito, annunci, valigie, code, partenze e arrivi. Lo stesso spazio, visto di notte, vuoto e illuminato da luci fredde, può produrre una sensazione opposta. La funzione resta riconoscibile, ma il contesto che dovrebbe renderla rassicurante è assente. Lo spazio sembra in attesa, interrotto, bloccato in un momento che non dovrebbe durare.

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Da dove nasce il concetto di liminalità

La liminalità nasce come concetto antropologico. Uno dei riferimenti fondamentali è Arnold van Gennep, autore di Les rites de passage, pubblicato nel 1909. Studiando i riti di passaggio, van Gennep individua una struttura ricorrente in molte culture: separazione, transizione e reintegrazione. La fase centrale è quella liminale, il momento in cui una persona non appartiene più alla condizione precedente, ma non ha ancora assunto pienamente la nuova identità sociale.

Negli anni Sessanta, Victor Turner riprende e amplia questa idea. Nei suoi studi sui rituali, Turner descrive la liminalità come una condizione di sospensione delle strutture ordinarie. Ruoli, gerarchie e identità diventano provvisori. Le regole che organizzano la vita quotidiana si indeboliscono, lasciando spazio a trasformazione, ambiguità e instabilità.

Quando oggi si parla di spazi liminali in relazione a Internet, al cinema o alle immagini virali, il termine viene usato in modo più esteso, ma mantiene quel nucleo originario. Uno spazio liminale non è semplicemente un posto strano o inquietante. È un luogo che comunica passaggio, sospensione, transizione. Un ambiente che sembra trovarsi tra due stati: uso e abbandono, presenza e assenza, realtà e imitazione.

Perché questi spazi ci fanno così paura

Gli spazi liminali colpiscono perché alterano luoghi che il nostro cervello riconosce come familiari. Non appartengono a mondi alieni o fantastici. Sono ambienti quotidiani, spesso comuni, ma mostrati senza gli elementi che normalmente ci aiutano a interpretarli. Una scuola dovrebbe contenere studenti, voci, lezioni, orari. Un centro commerciale dovrebbe avere negozi aperti, clienti, musica, insegne, personale. Un corridoio d’albergo dovrebbe portare a una stanza, a un ascensore, a un incontro possibile.

Quando questi elementi scompaiono, lo spazio resta comprensibile nella forma ma diventa ambiguo nella percezione. La mente riconosce l’ambiente, però non trova le informazioni necessarie per collocarlo in una situazione normale. Nasce così una sensazione di scarto: qualcosa è al proprio posto, ma non tutto. L’effetto può essere sottile, perché non dipende da una minaccia esplicita. Dipende dall’assenza.

In psicologia ambientale, questa sensazione può essere collegata al perturbante. Un luogo può diventare inquietante quando è abbastanza realistico da essere riconoscibile, ma contiene anomalie, mancanze o deviazioni che lo fanno apparire sbagliato. È un meccanismo vicino alla uncanny valley, di solito associata a robot, volti digitali o figure quasi umane: qualcosa assomiglia a ciò che conosciamo, ma non abbastanza da risultare rassicurante. Alcuni studi (come quelli di Alexander Diel e Michael Lewis, pubblicati sul Journal of Environmental Psychology nel 2022) hanno applicato questa logica anche agli ambienti fisici, mostrando come spazi costruiti e apparentemente ordinari possano generare disagio quando presentano incongruenze strutturali, prospettiche o contestuali.

Come vengono usati in Backrooms

Backrooms estremizza questo meccanismo. Le sue stanze sembrano uffici, seminterrati, corridoi aziendali, showroom o ambienti commerciali, ma non obbediscono a una logica riconoscibile. Non hanno un vero centro, non hanno una funzione chiara, non hanno un’uscita sicura. Ogni elemento suggerisce normalità, ma nessuno riesce davvero a confermarla.

La ripetizione è decisiva. Un corridoio può essere soltanto un corridoio. Una sequenza infinita di corridoi quasi identici diventa una prigione percettiva. La luce non rassicura, perché è uniforme e artificiale. L’ordine non tranquillizza, perché sembra prodotto da un sistema impersonale. Gli ambienti non appaiono distrutti, e proprio per questo sono più ambigui. Sembrano ancora funzionanti, ma privi di chi dovrebbe usarli.

Nel film di Kane Parsons, questa idea diventa parte centrale del racconto. Una porta nel seminterrato di uno showroom di mobili apre su una dimensione composta da stanze, corridoi e ambienti senza fine. Le Backrooms non sono solo una scenografia horror, ma uno spazio che trasforma il quotidiano in qualcosa di instabile. Il terrore non nasce dal fatto che quel mondo sia completamente diverso dal nostro. Nasce dal fatto che gli assomiglia troppo, ma nel modo sbagliato.

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Spazi liminali e non-luoghi per Marc Augé

Per comprendere meglio l’immaginario degli spazi liminali, è utile distinguere questo concetto da quello di non-luogo elaborato dall’antropologo Marc Augé. I non-luoghi sono ambienti tipici della modernità avanzata: aeroporti, autostrade, centri commerciali, hotel, supermercati, aree di servizio. Sono spazi funzionali, standardizzati, attraversati da persone spesso anonime, nei quali l’identità individuale conta meno del movimento, del consumo o della procedura.

Spazio liminale e non-luogo non significano la stessa cosa. Un non-luogo può produrre un effetto liminale, ma non ogni spazio liminale è automaticamente un non-luogo. Il punto di contatto riguarda transito, anonimato, standardizzazione e perdita di radicamento. Le Backrooms sembrano nascere proprio da questa sovrapposizione: non assomigliano a una casa, cioè a un luogo carico di memoria personale, ma a uffici, showroom, aree tecniche e ambienti generici, progettati per un uso pratico e poi svuotati di quello stesso uso.

È una delle ragioni per cui Backrooms appare così legato al presente. Non recupera l’immaginario del castello gotico, della villa isolata o del cimitero. Trasforma in incubo gli spazi impersonali della vita contemporanea: luoghi commerciali, aziendali, burocratici, temporanei. Ambienti che dovrebbero essere neutri e funzionali diventano instabili, minacciosi, difficili da leggere.

Come Internet li ha trasformati in estetica horror

Negli ultimi anni, gli spazi liminali sono diventati anche un’estetica digitale. Fotografie di piscine vuote, corridoi scolastici deserti, sale giochi fuori orario, motel, fast food abbandonati, parcheggi sotterranei e centri commerciali semivuoti circolano su Reddit, TikTok, YouTube e altre piattaforme come immagini capaci di produrre insieme nostalgia, disagio e spaesamento.

Le Backrooms rappresentano il caso più famoso di questa trasformazione. La leggenda nasce online nel 2019 a partire da un’immagine pubblicata su 4chan e accompagnata dall’idea di poter uscire dalla realtà nel modo sbagliato, finendo in un labirinto infinito di stanze giallastre, moquette umida e luci fluorescenti. Da quel momento, la creepypasta si è allargata attraverso racconti, wiki, video, videogiochi, teorie e riscritture collettive.

La forza del fenomeno sta anche nella sua natura condivisa. Non esiste una sola versione definitiva delle Backrooms. Esiste un immaginario costruito per accumulo, nel quale gli utenti hanno aggiunto livelli, entità, regole, mappe, vie d’accesso e ipotesi di fuga. È folklore digitale: una leggenda contemporanea che non nasce da un autore unico, ma da comunità online capaci di trasformare un’immagine anonima in un universo narrativo.

Kane Parsons ha avuto un ruolo decisivo nel dare a questo immaginario una forma audiovisiva riconoscibile. Il suo corto The Backrooms (Found Footage), pubblicato su YouTube nel 2022, ha trasformato la creepypasta in un’esperienza visiva precisa, mescolando found footage, analog horror e computer grafica. Il film A24 parte da quella intuizione e la porta dentro una struttura più cinematografica, in cui gli spazi liminali non sono soltanto ambienti da attraversare, ma luoghi capaci di assorbire memoria, trauma e identità.

Il corto The Backrooms (2022)

Institutional gothic: il gotico degli uffici, dei corridoi e delle istituzioni

Per descrivere Backrooms e altri immaginari liminali contemporanei, la studiosa Shira Chess ha proposto la formula institutional gothic, ripresa dal MIT Press Reader per indicare un gotico aggiornato agli spazi burocratici, aziendali e impersonali. Il gotico classico lavorava su castelli, cripte, monasteri, dimore isolate, segreti familiari e presenze legate al passato. L’institutional gothic sposta quella logica dentro ambienti moderni, amministrativi e impersonali: uffici, archivi, scuole, ospedali, laboratori, edifici pubblici, aziende, corridoi, sale riunioni, spazi regolati da procedure e sistemi.

La paura non nasce più soltanto dal ritorno del passato, ma da istituzioni e architetture contemporanee che appaiono senza volto. In questo senso, Backrooms aggiorna il gotico attraverso neon, pannelli modulari, moquette, pareti beige, stanze ripetute e ambienti aziendali. Il labirinto non è un castello medievale, ma un ufficio vuoto. La minaccia non ha bisogno di presentarsi subito come creatura o fantasma, perché lo spazio stesso comunica disorientamento.

Questa chiave di lettura spiega anche perché l’estetica liminale funzioni così bene online. Sono immagini semplici, spesso prive di azione, ma dense di implicazioni. Parlano di solitudine, standardizzazione, memoria digitale, consumo, nostalgia e spaesamento urbano. Mostrano luoghi progettati per essere chiari e funzionali, ma li privano di persone e scopi. Il risultato è un ambiente che sembra familiare senza essere accogliente.

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