Lupita Nyong’o o Diane Kruger: chi è la migliore Elena di Troia?
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Lupita Nyong’o in Odissea o Diane Kruger in Troy, chi è la migliore Elena di Troia?

Ora che il film di Christopher Nolan è arrivato nelle sale, possiamo analizzare la più discussa scelta di casting del kolossal e paragonarla alla versione più classica vista nel film del 2004

Lupita Nyong’o in Odissea o Diane Kruger in Troy, chi è la migliore Elena di Troia?

Ora che il film di Christopher Nolan è arrivato nelle sale, possiamo analizzare la più discussa scelta di casting del kolossal e paragonarla alla versione più classica vista nel film del 2004

lupita nyong'o e diane kruger come elena di troia

Con l’uscita di Odissea, il pubblico può finalmente valutare le scelte compiute da Christopher Nolan per riportare sul grande schermo il mondo omerico. Tra tutte, nessuna aveva alimentato tante discussioni quanto il casting di Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia (e della sorella gemella Clitemnestra). Ancora prima che il film arrivasse nelle sale, la decisione era stata liquidata da una parte del pubblico come l’ennesima concessione “woke”, mentre sui social si moltiplicavano i paragoni con Diane Kruger, interprete del personaggio in Troy di Wolfgang Petersen. Kruger sembrava incarnare perfettamente l’archetipo occidentale di Elena: bionda, eterea, aristocratica, quasi divina. Nyong’o appariva invece molto distante dall’immagine fissata da secoli di pittura, letteratura e cinema. Dopo aver visto il film, però, diventa evidente che la differenza non è un incidente né una provocazione fine a sé stessa. Le due attrici interpretano due idee profondamente diverse di Elena, e proprio questa distanza rende il casting di Nolan narrativamente coerente.

Diane Kruger in Troy: la bellezza che rende romantica la guerra

Nella versione diretta da Wolfgang Petersen nel 2004, Diane Kruger è innanzitutto un’immagine. La sua Elena viene introdotta come una donna di bellezza eccezionale, luminosa e apparentemente irraggiungibile, costruita secondo un ideale estetico classico che il pubblico occidentale associa immediatamente al mito. I capelli biondi, gli abiti chiari, i gioielli dorati e la fotografia calda contribuiscono a conferirle un’aura quasi sacrale. È una figura umana, tormentata dal matrimonio con Menelao e innamorata di Paride, ma la messinscena continua a elevarla al di sopra degli altri personaggi. La sua bellezza deve essere sufficiente a rendere credibile la leggenda della donna per la quale migliaia di uomini attraversano il mare e assediano una città.

Troy non sostiene realmente che la guerra venga combattuta soltanto per amore. Agamennone sfrutta la fuga di Elena come occasione per conquistare una città strategica ed estendere il proprio potere. Il film riconosce quindi che l’onore di Menelao è soprattutto una giustificazione pubblica per un conflitto politico e territoriale. Eppure Elena continua a essere l’immagine romantica della guerra. La relazione con Paride fornisce alla distruzione una cornice sentimentale: dietro gli eserciti, le ambizioni imperiali e la violenza rimane la storia di due amanti che hanno sfidato il mondo. Anche quando viene accusata di aver provocato il conflitto, la Elena di Kruger conserva una bellezza intatta, quasi estranea alle conseguenze materiali della guerra. Il film, insomma, invita lo spettatore a comprendere perché Paride abbia rischiato tutto per lei. La sua funzione non è soltanto narrativa, ma iconografica: Diane Kruger rappresenta la bellezza che alimenta il mito e permette alla guerra di Troia di essere ricordata anche come una grande tragedia amorosa.

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Lupita Nyong’o in Odissea: Elena come proprietà riconquistata

Christopher Nolan sceglie una direzione opposta. La sua Elena non è la donna osservata prima della guerra, nel momento in cui il desiderio per lei mette in moto la leggenda. È ciò che resta dopo Troia. Lupita Nyong’o interpreta una donna tornata accanto a Menelao, ma il suo reinserimento nella corte non coincide con una vera restituzione della libertà. Elena appare subordinata al marito e porta sul volto delle cicatrici assenti dalla tradizione omerica più conosciuta. È un’aggiunta precisa della sceneggiatura, che modifica radicalmente il significato della sua bellezza. Quel volto non è più un’immagine incontaminata da contemplare. È un corpo sul quale la guerra, il possesso e la punizione hanno lasciato un segno. La bellezza di Nyong’o non viene negata, ma smette di essere astratta e rassicurante. È una bellezza ferita, esposta alla volontà degli uomini che hanno combattuto dichiarando di volerla recuperare.

Nella società rappresentata dai poemi omerici, le donne sconfitte possono diventare bottino, essere assegnate ai guerrieri e passare da un uomo all’altro insieme alle ricchezze conquistate. Elena è una regina e non occupa formalmente la stessa posizione delle schiave prese durante i saccheggi, ma la logica che la circonda resta quella del possesso: Paride l’ha sottratta a Menelao e Menelao l’ha riconquistata attraverso la distruzione di Troia. Nolan rende visibile questa condizione. Elena non è più soltanto la moglie tornata a casa, ma una proprietà recuperata dal vincitore. La cicatrice diventa così il simbolo di una violenza che Troy tendeva a lasciare ai margini quando mostrava il volto intatto di Diane Kruger.

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Perché il casting di Lupita Nyong’o non è una semplice provocazione

La scelta di un’attrice nera ha inevitabilmente assunto un significato particolare agli occhi del pubblico contemporaneo. Sarebbe scorretto dire che è stata scelta perché nel mondo antico gli schiavi erano neri, perché la schiavitù omerica non coincideva con il sistema razziale sviluppato molti secoli dopo e il colore della pelle non determinava automaticamente la condizione sociale di una persona. Il significato del casting nasce piuttosto dal linguaggio cinematografico e culturale con cui il film si rivolge agli spettatori di oggi. Affidando Elena a Lupita Nyong’o, Nolan spezza immediatamente l’immagine europea e neoclassica attraverso la quale il personaggio è stato rappresentato a lungo. Costringe così il pubblico a smettere di contemplarla come una statua e a guardarla come una donna inserita in un sistema di potere.

Anche il celebre riferimento omerico alle “bianche braccia” non chiude la discussione come spesso si è sostenuto durante le polemiche. Si tratta di un epiteto poetico formulare, utilizzato nell’epica per diverse figure femminili e legato a un codice letterario della bellezza. Trattarlo come una moderna indicazione anagrafica o etnica significa applicare al testo categorie che non gli appartengono. La Lupita Nyong’o di Nolan non pretende quindi di sostituire un’ipotetica ricostruzione storica con un’altra. Serve a mettere in crisi un’immagine sedimentata. La sua Elena è bella, ma non è trasformata in un ideale irraggiungibile; è regale, ma appare privata del controllo sulla propria esistenza; è sopravvissuta, ma il suo corpo testimonia il prezzo della sopravvivenza.

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La guerra di Troia non è stata combattuta davvero per Elena

Il confronto tra le due interpretazioni diventa ancora più chiaro nel modo in cui i film affrontano le ragioni della guerra. In entrambi i casi, Elena è il pretesto ufficiale di un conflitto determinato anche dal potere, dal controllo territoriale, dagli interessi dinastici e dalle ambizioni dei sovrani. Troy mostra apertamente Agamennone intenzionato a usare l’affronto subito da Menelao per impadronirsi della città. Nonostante questo, la storia d’amore tra Elena e Paride continua a offrire al conflitto una dimensione romantica. La guerra è politica, ma conserva il volto bellissimo di Diane Kruger.

Odissea invece compie uno slittamento ulteriore. Se Elena è soltanto il nome utilizzato dagli uomini per giustificare una guerra decisa per altre ragioni, allora non ha bisogno di essere rappresentata come una divinità per rendere plausibile il sacrificio di un’intera generazione. Al contrario, mostrarla sfregiata e sottomessa rivela la distanza tra la retorica pubblica e il destino reale della donna nel cui nome si è combattuto. Gli uomini affermano di aver distrutto Troia per riportarla a casa, ma il risultato non è la liberazione di Elena. È il ripristino del diritto di Menelao a possederla. La cicatrice demolisce quindi la leggenda del “volto che fece salpare mille navi”: dietro quella formula non c’è soltanto una bellezza irresistibile, ma un corpo femminile trasformato in giustificazione politica.

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Lupita Nyong’o o Diane Kruger: chi è la migliore Elena?

La risposta dipende dall’Elena che si vuole raccontare. Diane Kruger è probabilmente l’incarnazione più efficace della versione romantica del mito. La sua presenza rende comprensibile la fascinazione esercitata dal personaggio e offre a Troy il centro emotivo di cui ha bisogno. È la bellezza prima della distruzione, oppure la bellezza che il racconto sceglie di preservare nonostante la distruzione. Lupita Nyong’o interpreta invece un’Elena più problematica e meno consolatoria. Non deve convincere lo spettatore che valesse la pena combattere per lei, perché il film mette in dubbio il principio stesso che una guerra possa essere combattuta per una donna. Mostra piuttosto che cosa accade quando il suo nome viene usato dagli uomini per legittimare interessi, conquiste e vendette.

Diane Kruger rappresenta dunque la donna che ha generato il mito. Lupita Nyong’o è la donna rimasta quando il mito è finito. La prima rende romantica la leggenda della guerra di Troia; la seconda ne espone la violenza. Per questo la Elena di Nyong’o non cancella quella di Kruger e non ha bisogno di assomigliarle. Le due interpretazioni appartengono a racconti diversi: una spiega perché gli uomini abbiano voluto trasformare Elena in un ideale, l’altra mostra quale prezzo abbia pagato la donna reale per diventarlo.

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