Odissea Nolan, Polifemo e la hybris: perché la scena funziona
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Ulisse, Polifemo e la hybris: perché la scena più contestata di Odissea funziona bene lo stesso

Il film elimina uno dei passaggi più famosi del poema di Omero, ma trova un altro modo per raccontare l’orgoglio fatale di Ulisse

Ulisse, Polifemo e la hybris: perché la scena più contestata di Odissea funziona bene lo stesso

Il film elimina uno dei passaggi più famosi del poema di Omero, ma trova un altro modo per raccontare l’orgoglio fatale di Ulisse

polifemo in odissea

Tra le molte libertà che Christopher Nolan si è preso con Odissea, quella legata a Polifemo è una delle più evidenti, e probabilmente anche una delle più discusse. Il film rilegge il poema di Omero con un taglio personale, taglia alcuni episodi, ne comprime altri, sposta accenti, riduce la presenza degli dèi e trasforma Ulisse in una figura più tormentata, segnata dalla guerra e dal peso delle sue scelte. Ma quando si arriva al Ciclope, la modifica tocca uno dei punti più riconoscibili di tutta la tradizione omerica: il celebre inganno del nome “Nessuno”. Nel poema, quella scena è quasi un meccanismo perfetto. Ulisse non può battere Polifemo con la forza, quindi lo sconfigge con il linguaggio. Gli dice di chiamarsi Nessuno, lo acceca e fa in modo che, quando il Ciclope chiede aiuto agli altri, la sua stessa richiesta diventi inutile: se “Nessuno” lo sta aggredendo, nessuno deve intervenire. È una delle più grandi dimostrazioni dell’intelligenza dell’eroe, ma anche l’inizio del suo errore. Perché Ulisse, una volta salvo, non riesce a tacere. Rivela il proprio nome, si attribuisce la vittoria e scatena così l’ira di Poseidone, padre di Polifemo.

Nel film di Nolan, tutto questo non avviene nello stesso modo – come del resto molti altri episodi e dettagli modificati rispetto al poema originale. Il gioco di parole viene eliminato (come successo anche nella versione di Mario Camerini del 1954) e al suo posto resta una scena più fisica, più secca, meno fondata sull’astuzia verbale. È una perdita? In parte sì, perché “Nessuno” è uno dei passaggi più celebri dell’Odissea. Eppure il risultato drammatico resta sorprendentemente vicino al cuore del poema. Anche nel film, infatti, Ulisse si salva e poi compie un gesto di troppo: scaglia una freccia contro Polifemo, senza una necessità evidente, quasi per riaffermare la propria superiorità. Non pronuncia il suo nome, ma commette comunque lo stesso peccato tragico: non sa fermarsi.

Il vero punto della scena non è solo l’inganno

Per capire perché la versione di Nolan funzioni più di quanto sembri, bisogna partire da un equivoco possibile. La scena di Polifemo non è importante soltanto perché Ulisse inventa il nome “Nessuno”. Quello è il colpo di genio, la parte più memorabile, il meccanismo che tutti ricordano. Ma il vero nodo tragico arriva dopo, quando l’eroe potrebbe semplicemente andarsene e invece sente il bisogno di gridare la propria identità. Nel Libro IX dell’Odissea, Ulisse ha appena compiuto un’impresa straordinaria. Ha evitato che lui e i suoi uomini restassero imprigionati nella grotta, ha accecato il Ciclope, ha trovato il modo di fuggire nascondendosi sotto il ventre delle pecore. A quel punto il piano è riuscito. La prudenza consiglierebbe il silenzio. Ma Ulisse non è solo l’uomo dell’astuzia: è anche un guerriero, un re, un uomo che desidera la gloria del proprio nome. Così, dalla nave, provoca Polifemo e alla fine gli rivela chi lo ha sconfitto davvero.

È lì che l’episodio cambia natura. Da racconto di intelligenza diventa racconto di superbia. Se Ulisse fosse rimasto Nessuno, Poseidone non avrebbe avuto un nome da colpire. Invece l’eroe pretende di essere riconosciuto. Vuole che il Ciclope sappia chi lo ha umiliato. E quella rivendicazione trasforma la vittoria in condanna.

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Nel film Odissea l’eroe non parla, agisce

Nolan elimina il gioco linguistico, ma conserva proprio questo secondo movimento: il gesto inutile, l’eccesso, la provocazione dopo la salvezza. Nel suo film Ulisse non deve rivelare il proprio nome per condannarsi. Gli basta scoccare una freccia. È un atto rapido, fisico, apparentemente meno raffinato del meccanismo omerico, ma molto coerente con la lettura che il regista dà del personaggio e con quanto accaduto a Troia, dove la decapitazione della statua di Atena, di fatto, fa “perdere la testa” e mette fine alla ragione.

L’Ulisse di Nolan non è soltanto il grande ingannatore del poema, l’uomo capace di salvarsi grazie alle parole e ai travestimenti. È un reduce, un capo segnato dalla guerra, un uomo che porta dentro di sé la violenza da cui vorrebbe tornare. La freccia contro Polifemo diventa allora una specie di riflesso morale: Ulisse potrebbe andarsene, ma sceglie di colpire ancora. Potrebbe lasciare il mostro alle spalle, ma sente il bisogno di lasciare un segno.

Che cos’è la hybris che condanna Ulisse

La parola chiave, qui, è hybris. Nella cultura greca indica la tracotanza, la dismisura, l’arroganza di chi supera il limite. Non è soltanto “essere pieni di sé”, nel senso moderno dell’espressione. È qualcosa di più profondo: l’uomo che dimentica la propria misura, sfida ciò che è più grande di lui e rompe un equilibrio che prima o poi dovrà essere ristabilito. Ulisse è un personaggio perfetto per raccontare questa tensione, perché la sua grandezza nasce proprio dal rischio di oltrepassare il limite. È intelligente, curioso, resistente, capace di reinventarsi. Ma spesso è anche troppo consapevole della propria intelligenza. Sa di essere diverso dagli altri, sa di poter vincere dove altri fallirebbero, e a volte questa consapevolezza diventa un pericolo.

Nel poema, la hybris esplode quando Ulisse rinuncia all’anonimato. Aveva scelto di essere Nessuno per salvarsi, ma poi vuole tornare a essere Odisseo, figlio di Laerte, re di Itaca, l’uomo che ha accecato Polifemo. Nel film, la stessa dismisura passa dal corpo e dall’azione. La freccia non serve a fuggire, non serve a proteggere i compagni, non serve a completare il piano. Serve a segnare una superiorità. È il gesto di chi ha già vinto, ma vuole vincere un’ultima volta.

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Perché Nolan ha tagliato l’inganno di “Nessuno”

La scelta di eliminare il nome “Nessuno” non nasce però da una semplice volontà di semplificare. Nolan ha spiegato al Daily Show che il problema era soprattutto linguistico. «Capisco la lamentela – ha dichiarato – È un gioco di parole, e tradurre i giochi di parole è sempre complicato. Ci abbiamo provato, ma è stato semplicemente impossibile farlo funzionare». Il punto riguarda il greco. Nel poema, Οὖτις può essere inteso come un nome proprio e allo stesso tempo come “nessuno”. È un’ambiguità perfetta, perché Polifemo crede di avere ricevuto un nome, ma in realtà ha ricevuto una trappola. Quando grida agli altri Ciclopi che “Nessuno” lo sta uccidendo, la frase diventa assurda e lo lascia solo. In inglese, però, “Nobody” non funziona con la stessa naturalezza. Può essere capito, certo, ma rischia di suonare come un espediente più artificiale che tragico.

Questo non rende il taglio indolore. Chi conosce il poema può sentire la mancanza di una scena fondamentale, anche perché l’inganno di Nessuno è uno dei momenti in cui l’Odissea mostra meglio il potere della parola. Ma Nolan sembra aver scelto di sacrificare la lettera dell’episodio per conservarne la funzione. Non più un gioco verbale che si rovescia in colpa, ma un gesto fisico che produce lo stesso effetto morale.

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Una modifica discutibile, ma non casuale

La scena resta contestabile, e forse è giusto che lo sia. Tagliare “Nessuno” significa rinunciare a una delle invenzioni più brillanti di Omero, a un passaggio che racconta Ulisse come nessun altro: eroe della parola, della maschera, dell’ambiguità. È comprensibile che molti spettatori la considerino una perdita, soprattutto in un film che si confronta con un testo così fondativo. Ma dire che la scena non funzioni significa forse fermarsi al dettaglio più vistoso. Nolan cambia il meccanismo, non il cuore tragico. Il suo Ulisse non condanna se stesso perché pronuncia il proprio nome, ma perché non riesce a lasciare andare la vittoria. Non cade per una battuta mancata, ma per un gesto di troppo. E in un film che legge l’Odissea come il racconto di un uomo segnato dalla guerra, questo spostamento ha una sua coerenza.

La freccia contro Polifemo è meno elegante del nome “Nessuno”, meno memorabile, meno omerica nel senso più immediato. Però dice qualcosa di molto preciso: Ulisse è salvo, ma non è pacificato. È abbastanza astuto da uscire dalla grotta, ma non abbastanza libero dalla propria violenza da andarsene in silenzio. Ed è proprio lì che la scena, pur cambiata, continua a funzionare. Perché l’Odissea non racconta solo il viaggio di un uomo contro il mare, gli dèi e i mostri. Racconta anche il viaggio di un uomo contro se stesso.

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