Spider-Man: Brand New Day è arrivato nelle sale da pochi giorni, ma si è già imposto come uno dei capitoli più apprezzati dell’intera storia cinematografica dell’Uomo Ragno. Il nuovo film diretto da Destin Daniel Cretton ha ottenuto un’accoglienza molto positiva e numeri enormi al botteghino, confermando quanto il personaggio continui a resistere alla cosiddetta stanchezza da cinecomic. Il successo è stato accompagnato anche dalla sensazione che Tom Holland abbia finalmente trovato la versione più completa del suo Peter Parker: non più soltanto un adolescente inserito nel mondo degli Avengers, ma un eroe autonomo, adulto e costretto ad affrontare il peso della propria identità.
Per risultati potenziali, maturità narrativa e centralità del protagonista, Brand New Day può quindi essere considerato il miglior film della fase di Tom Holland. Ma dove si colloca nel quadro più ampio del franchise? Dal 2002 a oggi, Spider-Man è stato interpretato in live action da Tobey Maguire, Andrew Garfield e Holland, mentre Miles Morales ha guidato la rivoluzione animata dello Spider-Verse. Ogni incarnazione ha modificato il personaggio, adattandolo al proprio periodo storico e a un diverso modello di cinema popolare.
Questa è la nostra classifica dei film di Spider-Man, dal peggiore al migliore.
11. The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro (2014)
Il secondo film con Andrew Garfield rappresenta uno degli esempi più evidenti di come la progettazione di un universo condiviso possa soffocare il racconto che dovrebbe sostenerlo. Sony non voleva realizzare soltanto un seguito di The Amazing Spider-Man, ma porre le basi per numerosi spin-off, compreso un film dedicato ai Sinistri Sei. Il risultato è una storia costretta a introdurre Electro, la trasformazione di Harry Osborn in Goblin, il ritorno del mistero legato ai genitori di Peter e diversi elementi destinati a svilupparsi in capitoli successivi mai realizzati. Il film possiede qualità tutt’altro che trascurabili. Andrew Garfield ed Emma Stone garantiscono una forte componente emotiva, le sequenze di Spider-Man in movimento restano tra le più spettacolari del periodo e alcuni momenti riescono a restituire la leggerezza acrobatica del personaggio. La critica riconobbe la qualità del cast e degli effetti visivi, ma individuò nell’accumulo di personaggi e sottotrame il principale problema dell’opera.
Il limite più grave è proprio la mancanza di concentrazione. Electro cambia rapidamente registro, Harry viene trasformato in antagonista senza il tempo necessario per costruire davvero il suo rapporto con Peter e il film sembra sempre interrompere una storia per preparare quella successiva. Anche il celebre destino di Gwen Stacy, pur sostenuto dalle interpretazioni dei protagonisti, finisce inserito in un meccanismo narrativo troppo affollato. È un film ricco di singole immagini efficaci, ma incapace di trasformarle in un insieme armonioso.
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10. Spider-Man 3 (2007)
Dopo due capitoli capaci di definire il moderno cinema dei supereroi, Sam Raimi concluse la propria trilogia con un film più grande, più costoso e soprattutto più congestionato. Spider-Man 3 deve gestire il ritorno di Harry Osborn, l’arrivo dell’Uomo Sabbia, il simbionte Venom e la crisi sentimentale tra Peter e Mary Jane. Ogni elemento avrebbe potuto sostenere un film autonomo; riuniti nella stessa storia, finiscono per sottrarsi spazio a vicenda. La parte migliore resta legata allo stile di Raimi. La nascita dell’Uomo Sabbia è una sequenza visivamente potentissima, capace di raccontare la trasformazione di Flint Marko quasi senza dialoghi. Anche il tema dell’orgoglio di Peter è coerente con il percorso iniziato nei film precedenti: dopo essere stato celebrato dalla città, il protagonista comincia a credere alla propria immagine pubblica e perde progressivamente empatia verso le persone che gli stanno accanto.
Tuttavia, la sovrabbondanza narrativa impedisce al film di raggiungere la precisione dei predecessori. Il consenso critico dell’epoca riconobbe la spettacolarità dell’azione, ma sottolineò come l’aumento di personaggi e trame avesse prodotto un capitolo meno rifinito. L’esagerazione del Peter corrotto dal simbionte è diventata nel tempo materiale da meme, ma all’interno del film produce un forte squilibrio tonale. Spider-Man 3 è più personale e interessante di quanto suggerisca la sua reputazione, ma resta il punto più debole della trilogia di Raimi.
9. The Amazing Spider-Man (2012)
A soli cinque anni dalla fine della trilogia precedente, Sony decise di ripartire dalle origini. Marc Webb, reduce dal successo di (500) giorni insieme, venne scelto per dirigere una versione più contemporanea, sentimentale e inquieta del personaggio. Andrew Garfield interpreta un Peter Parker più nervoso, fisico e ribelle di quello di Tobey Maguire, mentre Emma Stone porta Gwen Stacy al centro della storia. Il film funziona soprattutto quando si concentra sui due protagonisti. La loro relazione possiede naturalezza, ironia e una chimica che distingue immediatamente questo universo da quello precedente. Anche Spider-Man è più vicino alla versione sarcastica dei fumetti: parla durante i combattimenti, provoca i criminali e utilizza il movimento in modo più elastico. La critica riconobbe la solidità del cast e della regia, pur osservando che il racconto ripercorreva numerosi passaggi già affrontati dal film del 2002.
Il problema è infatti la sensazione di assistere a un’origine raccontata troppo presto una seconda volta. Il mistero dei genitori di Peter appesantisce la trama senza trovare una vera risoluzione, mentre Lizard rimane un antagonista funzionale ma poco memorabile. The Amazing Spider-Man è più riuscito del suo seguito e contiene una delle migliori coppie romantiche del franchise, ma non riesce a dimostrare fino in fondo la necessità del reboot.
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8. Spider-Man: Far From Home (2019)
Il secondo film solista di Tom Holland arrivò immediatamente dopo Avengers: Endgame e dovette svolgere un compito particolarmente complicato: raccontare il lutto di Peter per Tony Stark, chiudere la Fase 3 del MCU e mantenere il tono leggero della saga adolescenziale iniziata con Homecoming. Per allontanarsi dalla struttura del primo capitolo, il regista Jon Watts trasferisce la classe di Peter in Europa e costruisce una commedia scolastica itinerante. Il risultato è divertente e sostenuto da un gruppo di attori ormai perfettamente affiatato. Zendaya conquista maggiore spazio nei panni di MJ, Jake Gyllenhaal interpreta un Mysterio carismatico e le sequenze basate sulle illusioni rappresentano alcune delle invenzioni visive più riuscite dei film con Holland. La critica apprezzò il miscuglio tra commedia sentimentale e azione supereroistica, oltre alla capacità del film di preparare la fase successiva del MCU.
Allo stesso tempo, Far From Home amplifica il problema che aveva accompagnato questa versione del personaggio fin dal suo esordio: Peter continua a essere definito attraverso il rapporto con Iron Man. Anche dopo la morte di Tony, la tecnologia Stark, i suoi nemici e la sua eredità occupano gran parte del racconto. Il film possiede ritmo e simpatia, ma il protagonista appare ancora troppo dipendente dal contesto del MCU per diventare davvero il centro assoluto della propria storia.
7. Spider-Man: Homecoming (2017)
Dopo il debutto in Captain America: Civil War, Tom Holland ottenne il suo primo film solista con Spider-Man: Homecoming. Marvel Studios e Sony evitarono di raccontare nuovamente il morso del ragno e la morte di zio Ben, scegliendo invece di costruire una commedia adolescenziale ispirata al cinema di John Hughes. Peter è un quindicenne impaziente, convinto che il suo incontro con gli Avengers lo abbia già preparato a minacce di livello superiore. La forza del film è la dimensione quotidiana. Peter partecipa al decathlon scolastico, nasconde la propria identità agli amici, attraversa goffamente i quartieri residenziali e cerca di conciliare la vita da studente con quella da eroe. Tom Holland restituisce perfettamente l’entusiasmo e l’insicurezza dell’età, mentre Michael Keaton offre al franchise uno dei suoi antagonisti più credibili: Adrian Toomes è un lavoratore risentito che trasforma gli scarti delle battaglie degli Avengers in un’attività criminale.
Homecoming venne apprezzato proprio per il ritorno a una scala più contenuta e per la capacità di funzionare come racconto di formazione, pur rimanendo inserito nella formula Marvel. Il limite è ancora una volta la presenza ingombrante di Tony Stark, che trasforma in parte il percorso di Peter in un apprendistato da possibile erede di Iron Man. È un ottimo film adolescenziale, ma non ancora il ritratto definitivo di Spider-Man.
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6. Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023)
Dopo la sorpresa del primo film, Across the Spider-Verse amplia ogni elemento del progetto animato. Miles Morales e Gwen Stacy attraversano universi caratterizzati da stili grafici differenti, incontrando un’intera società composta da varianti di Spider-Man. Il film utilizza il Multiverso non soltanto come strumento spettacolare, ma come riflessione sull’idea stessa di canone: Miles si ribella alla convinzione che ogni Uomo Ragno debba necessariamente vivere le medesime tragedie. Dal punto di vista visivo, il risultato è straordinario. Ogni universo possiede colori, tecniche e ritmi propri; le emozioni dei personaggi modificano gli ambienti e l’animazione diventa parte integrante della narrazione. Anche Gwen viene trasformata in una seconda protagonista, con un arco familiare e personale più complesso rispetto al primo capitolo. La risposta critica fu quasi unanimemente positiva e sottolineò sia l’inventiva grafica sia l’ambizione narrativa del progetto.
La posizione relativamente bassa in questa classifica non dipende quindi da una mancanza di qualità. Across the Spider-Verse è forse il film più ambizioso della saga, ma al momento rimane un’opera incompleta, in attesa del terzo agognato capitolo. La storia interrompe il proprio sviluppo nel pieno del conflitto e rinvia la risoluzione al terzo capitolo. Il finale sospeso è coerente con il progetto, ma priva il film dell’autonomia e della completezza emotiva che avevano reso il predecessore così potente. Anche alcune recensioni positive hanno individuato nel cliffhanger il suo principale limite.
5. Spider-Man: No Way Home (2021)
No Way Home nasce come conclusione della trilogia scolastica di Tom Holland, ma diventa anche una celebrazione di vent’anni di cinema dedicato a Spider-Man. Il ritorno dei personaggi interpretati da Tobey Maguire e Andrew Garfield, insieme a numerosi antagonisti delle saghe precedenti, avrebbe potuto ridurre il film a un’operazione nostalgica. La sua efficacia deriva invece dal modo in cui questi elementi vengono inseriti nella crescita del protagonista principale. Peter cerca di risolvere con la magia le conseguenze della rivelazione della sua identità, ma finisce per aggravare la situazione. La sua scelta di salvare i nemici provenienti da altri universi nasce dalla stessa compassione che definisce il personaggio, anche quando appare ingenua e pericolosa. Il film accumula molti elementi e non sempre riesce a gestirli con equilibrio, ma trova un centro emotivo solido nel sacrificio di Peter e nel dolore che lo costringe finalmente a comprendere il significato della responsabilità.
L’incontro tra i tre Spider-Man funziona perché non cancella le differenze tra le rispettive incarnazioni. Maguire rappresenta l’esperienza, Garfield il trauma non superato, Holland un ragazzo sul punto di commettere gli stessi errori. Il film è disordinato, fortemente dipendente dalla conoscenza dei capitoli precedenti e costruito anche sul piacere del riconoscimento, ma riesce a trasformare il fan service in una storia sulle seconde possibilità.
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4. Spider-Man: Brand New Day (2026)
Il quarto film con Tom Holland riparte dalle conseguenze più dure di No Way Home. Peter Parker è stato dimenticato da tutti, ha perso zia May e non può più contare su MJ, Ned, Happy Hogan o sugli Avengers. Dopo un salto temporale di quattro anni, il personaggio è ormai un vigilante adulto che vive in un appartamento modesto e dedica quasi ogni momento della propria esistenza a Spider-Man. È la situazione più vicina alla versione classica dei fumetti mai raggiunta dall’incarnazione del MCU. Destin Daniel Cretton costruisce un film urbano, ma non completamente isolato dal resto dell’universo Marvel. Punisher, Hulk e altre figure entrano nella storia, mentre Peter affronta una minaccia legata al controllo mentale e una trasformazione dei propri poteri. A differenza dei capitoli precedenti, però, i collegamenti non cancellano il protagonista. Anche quando il film si espande, ogni elemento torna alla solitudine di Peter, alla sua incapacità di separare l’eroe dalla persona e alla necessità di ricostruire rapporti umani.
Non tutto funziona con la stessa precisione. La quantità di personaggi secondari e alcune aperture verso il futuro del MCU rischiano ancora di appesantire il racconto. Tuttavia, Brand New Day è il film che offre a Holland il materiale più completo: azione, ironia, dolore, responsabilità e una vera vita adulta. Il suo enorme esordio commerciale e la forte accoglienza mostrano inoltre come Spider-Man continui a rappresentare un’eccezione nel momento di maggiore difficoltà del genere supereroistico.
3. Spider-Man (2002)
Il primo Spider-Man di Sam Raimi non è soltanto l’inizio di una trilogia, ma uno dei film che hanno contribuito a rendere il cinecomic un genere dominante. Nel 2002, portare sullo schermo un eroe con un costume tanto fedele ai fumetti, una doppia identità e un universo apertamente melodrammatico rappresentava ancora un rischio. Raimi non cerca di rendere Spider-Man più realistico o più cinico: accetta pienamente la sua natura popolare. Tobey Maguire interpreta Peter come un ragazzo timido, impacciato e profondamente solo. Willem Dafoe costruisce un Norman Osborn teatrale e minaccioso, mentre Kirsten Dunst dà a Mary Jane una fragilità spesso nascosta dietro l’immagine della ragazza irraggiungibile. Il film alterna horror, commedia, romanticismo e azione con una sincerità oggi quasi impossibile da replicare.
Gli effetti visivi mostrano inevitabilmente il passare del tempo e alcuni elementi, come il costume rigido di Goblin, non hanno mai funzionato del tutto. Ma il cuore del racconto rimane intatto. La critica riconobbe fin dall’uscita la combinazione tra spettacolo e sentimento garantita da Raimi e Maguire. È un film semplice, iconico e fondamentale, capace di riassumere l’intera tragedia di Spider-Man nella scelta finale di Peter: rinunciare alla persona che ama per proteggerla.
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2. Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018)
Quando Into the Spider-Verse arrivò nelle sale, il pubblico aveva già visto numerose origini di Spider-Man. Il film compie allora una scelta apparentemente contraddittoria: racconta ancora una volta la nascita di un eroe, ma cambia protagonista, linguaggio e prospettiva. Miles Morales non sostituisce semplicemente Peter Parker; deve imparare che la maschera non appartiene a una sola persona e che diventare Spider-Man significa trovare un modo personale di interpretarne i valori. L’animazione riproduce retini, vignette, colori fuori registro e differenti frequenze di movimento, trasformando il film in un fumetto vivo. La sperimentazione visiva non è però separata dal racconto. All’inizio Miles si muove con meno fluidità rispetto agli altri Spider-People; quando acquisisce sicurezza, anche l’animazione cambia insieme a lui. Il celebre salto nel vuoto diventa così la sintesi perfetta della sua crescita.
Il film riesce inoltre a gestire numerosi personaggi senza perdere il centro emotivo. Peter B. Parker trova in Miles una possibilità di riscatto, Gwen impara nuovamente a fidarsi e persino le varianti più comiche contribuiscono all’idea che chiunque possa indossare la maschera. La critica celebrò proprio l’unione tra narrazione audace, animazione innovativa, umorismo e sentimento. A differenza del seguito, Into the Spider-Verse è un racconto completo: apre un universo potenzialmente infinito, ma conclude perfettamente il percorso del suo protagonista. E, a modo suo, è il vero capolavoro tra i film dell’Uomo Ragno.
1. Spider-Man 2 (2004)
A più di vent’anni dalla sua uscita, Spider-Man 2 resta il punto di riferimento del franchise perché comprende meglio di qualsiasi altro film il paradosso centrale del personaggio. Peter Parker possiede poteri straordinari, ma il loro utilizzo rende quasi impossibile la sua vita quotidiana. Perde il lavoro, arriva tardi all’università, delude zia May, si allontana da Mary Jane e vede Harry consumato dall’odio verso Spider-Man. Essere un eroe non lo libera dai problemi: li moltiplica. Sam Raimi può partire da un’origine già raccontata e concentrarsi sulle conseguenze. La perdita dei poteri non è provocata da un dispositivo o da un nemico, ma dal conflitto psicologico di Peter, esausto e incapace di sostenere entrambe le proprie identità. La temporanea rinuncia alla maschera gli offre finalmente una vita normale, ma lo obbliga anche ad assistere alle conseguenze della propria assenza. Doctor Octopus completa perfettamente questo percorso. Otto Octavius è ciò che Peter potrebbe diventare se talento, ambizione e dolore prendessero il controllo. Alfred Molina gli conferisce calore, arroganza e tragedia, mentre i tentacoli permettono a Raimi di recuperare il proprio immaginario horror. La battaglia sul treno rimane una delle più grandi sequenze del cinema supereroistico non soltanto per la spettacolarità, ma perché si conclude con i cittadini di New York che scoprono quanto sia giovane il ragazzo disposto a morire per salvarli.
La critica indicò Spider-Man 2 come un seguito capace di migliorare il primo film grazie a un antagonista più efficace e a una maggiore profondità emotiva. È proprio questo equilibrio a renderlo il migliore anche dopo vent’anni: un’avventura spettacolare, una commedia romantica, un melodramma e una storia sulla responsabilità. Non ha bisogno di un Multiverso, di apparizioni speciali o di preparare dieci film successivi. Gli bastano Peter Parker, i suoi poteri e la domanda che accompagna ogni sua incarnazione: quanto si può sacrificare senza smettere di vivere?
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Foto: Sony/ Columbia Pictures
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